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sabato 6 gennaio 2018

Come affrontare il disagio psicologico e lo stress che ne deriva? Perché ricorrere a un intervento psicoterapico? Cos’è una psicoterapia? (Evoluzione post-razionalista)

Un articolo di questo tipo nasce spesso da una constatazione clinica ricorrente: molte persone possiedono un’idea vaga o riduttiva della psicoterapia, spesso intesa come tecnica di correzione di pensieri o come semplice supporto nei momenti di difficoltà.

L’obiettivo di questo contributo non è “spiegare la terapia” in senso tecnico esaustivo, ma offrire una cornice comprensiva che consenta di collocare il senso dell’intervento psicoterapico all’interno dell’esperienza umana del disagio.

In una prospettiva cognitivo post-razionalista, il punto di partenza non è l’idea che esista uno stato mentale “momentaneamente compromesso” da ripristinare, quanto piuttosto che il disagio psicologico sia una modalità di organizzazione dell’esperienza che, in determinate condizioni, perde coerenza o stabilità rispetto alla continuità narrativa del Sé.

Lo stress, in questa cornice, non è una variabile esterna che “supera una soglia” e produce un malfunzionamento, ma una componente inevitabile della vita che assume significato all’interno del modo in cui ciascun individuo costruisce e mantiene la propria identità personale.

Non è dunque lo stress in sé a determinare il disagio, quanto il modo in cui esso viene integrato nella storia personale e nella regolazione emotiva che sostiene la continuità del senso di sé.


Il senso della psicoterapia

La psicoterapia non ha come obiettivo primario l’eliminazione dello stress, né la correzione di singoli pensieri considerati disfunzionali.

Il suo scopo è piuttosto quello di favorire una riorganizzazione dei sistemi di significato attraverso cui la persona costruisce la propria esperienza di sé e del mondo.

Il disagio psicologico può essere inteso come un momento in cui la persona sperimenta una perdita di coerenza tra ciò che vive e il modo in cui si racconta ciò che vive. In tali condizioni, l’esperienza tende a diventare rigida, ripetitiva o fortemente polarizzata, riducendo la possibilità di integrare nuove forme di significato.

In questa prospettiva, la terapia non è addestramento a “nuove abilità”, ma un processo di esplorazione e trasformazione della modalità con cui l’individuo dà senso a ciò che accade.


Il ruolo dello stress

Lo stress è una dimensione costitutiva dell’esperienza umana. Non è eliminabile, né rappresenta di per sé un indicatore di disfunzione.

Diventa clinicamente rilevante quando non è più possibile includerlo all’interno di una narrazione sufficientemente coerente del Sé.

Non si tratta quindi di “imparare a tollerare lo stress”, ma di comprendere come esso venga organizzato all’interno della costruzione identitaria: cosa significa per quella persona essere sotto pressione, fallire, essere giudicata, perdere controllo, o sentirsi inadeguata.


Il processo terapeutico

In termini generali, il lavoro psicoterapeutico può essere descritto come un processo in cui la persona e il terapeuta co-costruiscono uno spazio di osservazione dell’esperienza.

1. Costruzione della cornice terapeutica

La fase iniziale riguarda la costruzione di una relazione che permetta la descrizione dell’esperienza soggettiva in modo progressivamente più articolato.
L’obiettivo non è “raccogliere dati”, ma avviare una forma di osservazione riflessiva dei propri modi abituali di significazione.


2. Esplorazione e riorganizzazione del significato

La fase centrale riguarda l’esplorazione dei pattern ricorrenti attraverso cui l’individuo interpreta sé stesso e gli eventi.

In questa fase, ciò che viene portato in terapia non è semplicemente il “problema”, ma il modo in cui il problema esiste nella mente della persona: come viene raccontato, sentito, anticipato e mantenuto.

L’attenzione non è rivolta alla modifica dei contenuti mentali, ma alla comprensione delle invarianti organizzative che rendono quei contenuti coerenti con l’identità personale.


3. Riorganizzazione e integrazione

La fase finale non consiste nella verifica di tecniche apprese, ma nell’integrazione di nuove possibilità narrative.

Il cambiamento terapeutico, in questa prospettiva, non è la sostituzione di convinzioni disfunzionali con convinzioni più funzionali, ma l’ampliamento della capacità della persona di riconoscere la natura costruita e processuale delle proprie modalità di esperienza.

Questo comporta una maggiore flessibilità identitaria: la possibilità di non essere completamente coincidenti con il proprio modo abituale di sentirsi e interpretare la realtà.


La concettualizzazione (in chiave post-razionalista)

La cosiddetta “concettualizzazione” non è un’analisi oggettiva del funzionamento mentale, ma un processo di messa in forma narrativa dell’esperienza soggettiva.

Attraverso il dialogo terapeutico, la persona può progressivamente osservare come alcuni modi di sentire, pensare e agire non siano semplicemente risposte agli eventi, ma modalità organizzate e relativamente stabili di mantenere continuità del Sé.

Il punto centrale non è individuare errori cognitivi, ma comprendere come il soggetto si renda intelligibile a sé stesso attraverso specifiche configurazioni di significato.


Dalla vittima all’autore dell’esperienza

Molte persone arrivano in terapia con la sensazione di essere determinate dagli eventi, dai pensieri o dalle emozioni.

Il lavoro terapeutico non consiste nel “restituire controllo”, ma nel rendere visibile il fatto che l’esperienza non è mai puramente subita: è sempre organizzata attraverso una specifica modalità di costruzione del significato.

Questo non implica responsabilità morale, ma una ridefinizione epistemologica: la realtà psicologica non è qualcosa che accade semplicemente all’individuo, ma qualcosa che si struttura nella relazione tra esperienza e organizzazione del Sé.


Autoefficacia e controllo: una riformulazione

Concetti come “autoefficacia” non vengono intesi come convinzioni da potenziare, ma come indicatori della stabilità narrativa del Sé.

La percezione di efficacia non dipende tanto dalla valutazione delle proprie capacità, quanto dalla possibilità di integrare l’esperienza dell’incertezza senza che questa minacci la coerenza identitaria.


Conclusione

In sintesi, la psicoterapia non è un processo di correzione del funzionamento psicologico, né un addestramento a migliori strategie di coping.

È piuttosto un processo di esplorazione e trasformazione delle modalità attraverso cui l’individuo costruisce la continuità del proprio Sé.

Il cambiamento non coincide con il diventare “più funzionali”, ma con l’aumento della flessibilità con cui la persona può abitare la propria esperienza, riconoscendola come costruzione significativa e non come verità assoluta.

In questa direzione, il lavoro terapeutico tende a ridurre la rigidità delle organizzazioni identitarie, favorendo una maggiore capacità di tollerare la complessità e la contraddittorietà dell’esperienza umana.

Mazzani Maurizio 

La Psicoterapia cognitivo Post-razionalista: le emozioni


Il post-razionalismo assume come centrale per l'uomo i processi di autoorganizzazione e di costruzione del significato personale.

Un aspetto centrale da evidenziare, è che la prassi post-razionalista pone il suo fulcro d’interesse terapeutico sulla soggettività e in particolare sulle attivazioni emozionali, differenziandosi così dall’ortodossia terapeutica cognitivista, che vede nel pensiero il centro dell’agire terapeutico. E’ bene dire, che la psicoterapia nata dagli studi di A. Beck e A. Ellis, fondatori del cognitivismo terapeutico americano, si è dimostrata, nel tempo, e alla luce di innumerevoli riscontri scientifici, una delle psicoterapie più efficaci. Essa però, secondo i post-razionalisti, ha delle intrinseche limitazioni dovute ad un agire terapeutico eccessivamente razionalista e troppo orientato sul mentale, dimenticando così la componente emotiva che, conseguenzialmente cade in secondo piano. 

Nell’evoluzione terapeutica cognitivista si è presentato utile, dunque, trasformare la visione prettamente razionalista, ancorata su basi che possiamo dire “pedagogiche”, con un fare terapeutico che si dimostra, quasi come un’azione educativa, finalizzata basilarmente a correggere il solo modo di pensare e di comportarsi della persona, in una ottica terapeutica che vede nell’individualità il centro del proprio agire. Il terapeuta cognitivista ortodosso, di fatto, agendo come una sorta, di genitore solo perché adulto e quindi più sapiente e maturo, o di un insegnante che ha dalla sua parte il proprio modello di riferimento pedagogico-educativo o, infine, di un prete che ha dentro di sé la convinzione di possedere una verità al di sopra d’ogni altra, si pone, presuntuosamente, quale detentore d’un modello di vita più funzionale e buono per tutti. Il terapeuta post-razionalista invece non ha una verità superiore da offrire al paziente, ma solamente lo aiuta, attraverso perturbazioni strategicamente orientate a trovare la propria strada, il proprio modo di essere che lo renderà più conoscente e più capace di orientarsi nel mondo.

Nell’azione terapeutica post-razionalista il fulcro è lavorare con l’emozioni, badando a non dimenticare che l’esperienza è vissuta su due livelli di conoscenza. Il primo organizzativo costituito dall’esperienza immediata senso-percettiva con le conseguenti attivazioni emozionali e rappresentative ideative, tale livello essendo poco consapevole costituisce la conoscenza tacita scarsamente definita, globale (cosa, come e quando proviamo qualcosa). Nel secondo livello, attraverso l’operatività logico-analitica, che fa capo all’interprete (per maggiori informazioni leggere l’articolo: “Emisfero sinistro: l’interprete”), avviene la “spiegazione dell’esperienza” alla luce di quelle in precedenza vissute, al fine di mantenere la coerenza interna (ed è il perché proviamo qualcosa), una conoscenza, questa, esplicita e consapevole di sé e del mondo.
L’assimilazione dell’esperienza è resa possibile solo attraverso processi autoreferenziali, che utilizzano idonee spiegazioni fortemente soggettive al fine di mantenere l’orientamento su di sé che è cosa di basilare alla sopravvivenza.

L’agire terapeutico deve avvenire, pertanto, puntando l’attenzione non sulle spiegazioni che il soggetto ci offre, che sono fortemente finalizzate al mantenimento della propria coerenza anche a scapito della realtà, ma sull’esperienza immediata che fornisce, per così dire, l’accesso diretto a comprendere il funzionamento del soggetto, le sue difficoltà e i suoi sforzi di adattamento per potersi riferire l’esperienza senza che venga meno la coerenza personale, dobbiamo darci tante spiegazioni quando un’esperienza fortemente discrepante  comporta alta sofferenza.

Le emozioni non devono essere ricondotte al solo sub-stato fisiologico oggettivo che designa l’aspetto clinico disturbante, ma vanno viste nel loro aspetto adattivo. Esse, anche causando disagio, non devono essere soppresse o tenute sotto controllo come si agisce attraverso gli approcci clinici tradizionali o ancor peggio con la psicofarmacologia, ma considerarle nella loro interezza concependole per ciò che sono: messaggeri informazionali che hanno la loro ragion d’essere nel valore conoscitivo che è prioritario rispetto ai processi cognitivi, poiché esprimono più direttamente la soggettività che emerge tra l’esperienza immediata e la successiva spiegazione che la persona da a se stessa.

Tutti percepiamo l’esperienza che ci appartiene come se fosse oggettiva quando in realtà è solo una personale modo di assimilarla, di gestirla basato su cliché formatesi nel percorso evolutivo di cui spesso non né siamo neanche consapevoli. Come  ha  osservato  Tomkins, (1978), “avvertiamo di  provare un’emozione  sproporzionata  rispetto a quanto accaduto,  senza  renderci  conto  di  avere  strutturato  nel  tempo  quel  modo particolare  (unico  e  costante)  di  percepire  ciò  che  ci  capita  di  sperimentare”. Il lavoro terapico è proprio nell’aiutare il soggetto a trasformare ciò che vive come oggettivo ed esterno in interno. Esiste la tecnica della moviola, che consiste nell’analizzare un episodio critico della vita del soggetto, che viene messo a fuoco come se fossero parti di una sceneggiatura, (in pratica: il terapeuta guida il paziente nel lavoro di differenziazione tra esperienza immediata e sua spiegazione rendendolo consapevole del lavoro di attribuzione a sé che si esplica tra i due livelli di conoscenza tacito-esplicito Dodet, 1998) poi si cerca di riformulare il problema, che era stato portato in termini oggettivi ed esterni, in un qualcosa che è espressione del modo soggettivo di funzionare. Con ciò l’esperienza problematica diventa assimilabile non creando così più perturbazione critica alla coerenza interna, al momento che le emozioni vengono viste, quindi, quale prodotto del proprio modo di operare. Si punta, pertanto, a costruire un processo terapeutico che sia in grado di produrre emozioni tali da innescare un cambiamento delle emozioni critiche alla base del disturbo.

Siamo arrivati al dunque della psicoterapia cognitivo post-razionalista, che vede nell’azione sui contenuti emotivi la possibilità di una co-esplorazione (tra terapeuta e paziente) del mondo interno del soggetto, tale da poter indurre un cambiamento stabile e non solo ad un maggior controllo e ad una migliore gestione dei sintomi, che spesso riemergono in altra forma, rimanendo così il disagio di fondo iniziale.

Mazzani Maurizio