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venerdì 22 aprile 2011

Il tempo è amico o nemico?

Ci troviamo spesso a parlare del tempo che trascorre, e della paura di non riuscire a fare tutte le cose necessarie che caratterizzano la giornata di ciascuno di noi.

Qualcuno potrebbe ironicamente dire, che il tempo sia un compagno un po’ maleducato e traditore, poiché quando se ne va non saluta, decide e va via, passa e porta con sé tutto ciò che c’è di più bello – la giovinezza – i momenti lieti ecc. Il tempo dunque, sembra essere l’artefice di tutto, anche quando stiamo vivendo un momento spiacevole, è ancora lui il protagonista, e questa volta ci viene in aiuto “proponendoci” di dimenticare ciò che ci ha reso inquieti.

Espressioni: “Il tempo fa accettare ogni cosa”, “il tempo fa passare tutto” ecc., non sono altro che la convinzione che l’oblio sia funzione di esso.
Insomma questo tempo è un amico o un nemico?

Ognuno di noi né ha la propria concezione, lo viviamo in relazione alla costruzione che abbiamo di esso. Il tempo è sì una realtà oggettiva, ma in pratica lo si vive come una realtà soggettiva. E’ la nostra convinzione di come sia e di cosa rappresenti, che lo fa vivere come un amico o come un nemico da combattere.
Il tempo non è altro che un insieme infinito di momenti, perciò basterebbe essere capaci di vivere ogni istante che ci appartiene, e sapremmo viverci il nostro tempo in totale.
La nostra vita è formata da un insieme di momenti finiti, 70/80 anni forse, magari! 100 o chi è sano come un pesce, forse ancora di più, ma pochi di più, e allora sembra giusta una riflessione: perché non vivere questi momenti finiti positivamente?

E’ vero che di primo acchito tali momenti potrebbero sembrare tanti, ma alla fine ci si accorge che sono invece molto pochi. Levate il tempo che dormite, più o meno un terzo del totale della vostra vita, il risultato è che dopo la semplice operazione di differenza, da 70/80 anni che ne erano, ne sono rimasti solamente 49/56. Ebbene sì! Avete dormito per ben 21/24 anni… incredibile!
La realtà è proprio questa. Allora perché non godersi appieno questi finiti momenti?

Sicuramente alla domanda sul perché non si riesca a gestire tali attimi, i più risponderebbero che la giornata dovrebbe essere di 48 ore invece delle normali 24, essi dicono: “il tempo non basta mai!” Altri probabilmente risponderebbero, casi più esagerati, che il tempo diventa addirittura un persecutore implacabile, che se ne va non permettendo di fare tutte le cose necessarie.

In questa realtà, infatti, è facile udire frasi di tale tipo:
- ormai la giovinezza è passata, e pensare che volevo fare dello sport!
- Io volevo imparare l’inglese ma non ne ho avuto mai il tempo!
- Io ho sprecato tutta la mia vita… non sono riuscito a combinare nulla di quello che desideravo!
- Io volevo fare tante cose, ma non avevo mai il tempo per pensare a me stessa! Ecc., ecc.
Tali espressioni sono tipiche nel nostro linguaggio e se ne trovano a bizzeffe.
Ma da cosa nascono?
Esse sorgono proprio dalle nostre convinzioni, la credenza che il tempo lo si possa solo subire e non viverlo da protagonisti, una concezione irrazionale che porta ad essere solo degli spettatori che osservano la propria vita.

Ora facciamo una riflessione – immaginate di trovarvi in vacanza, per esempio in montagna, state percorrendo un delizioso viottolo tra gli alberi, tutto presumerebbe che possiate godervi appieno la vostra giornata da soli o, se siete in compagnia, con i vostri cari. Ad un certo punto, per esempio, cominciano a sopravvenire nella vostra mente pensieri relativi a cosa avreste dovuto fare in ufficio prima di andar via, o alle bollette da pagare al più presto onde evitare che scadano; ai problemi affrontati giorni addietro con i vostri colleghi, che creano nella vostra mente un continuo rimuginare ecc., ecc.

Aspetti passati sui quali non è possibile far nulla, o per lo meno, è certo, non in tale momento, ma che decidono il colore del vostro presente.
A ciò consegue che:
- cominciate purtroppo a non stare bene, le preoccupazioni invadono il momento presente;
- quella che poteva essere una deliziosa giornata, diventa decisamente fastidiosa ed inquieta;
- avete perso l’occasione di essere “felici”, e non dico perché avreste potuto vincere milioni di euro al Superenalotto, ma semplicemente perché avreste potuto vivere realmente il momento.
Cari lettori avreste potuto vivere – si dico proprio, semplicemente vivere!

Ora esaminando il versante opposto quello del futuro, ci accorgiamo che anche quello, di fatto, non c’è, per la semplice realtà che deve ancora arrivare.
Se il vostro pensiero è avvalso da problematiche di là da venire, per esempio: risolvere determinati problemi che caratterizzano la casa; o terminare ciò che è rimasto in sospeso del lavoro, e che vi siete proposti di fare al vostro ritorno, ecc., ecc. – vi trovereste di nuovo a non vivere il presente, per cui si verificherà quello che ho già asserito… l’impossibilità di vivere il fuggente attimo!
La conclusione appare ora ovvia e semplice, il punto è riuscire a vivere “IL QUI ED ORA”, “L’ATTIMO FUGGENTE”, “IL CARPE DIEM”

Se pensate continuamente a ciò che dovreste fare in futuro o piangete in continuazione su quello che non siete riusciti a fare in passato – NON VIVETE LA VOSTRA VITA!
Un semplice consiglio, quegli attimi che scappano e che non torneranno mai più, viveteli magari come se ciascuno fosse l’ultimo, cercando di non guastarli, a volte con pensieri inutili, come detto, o con comportamenti stupidi che hanno solo il fine di difendere, forse, il vostro orgoglio, e che poi, come spesso accade, dissipata l’ira, e sopraggiunta la razionalità, vi pentite. Viveteli al massimo uno dopo l’altro, dando a ciascuno di essi un tono allegro, positivo, creativo, e perché no magico!

Siate intelligenti e catturate quello che può rendervi non dico felici, ma almeno quel tanto liberi da consentirvi d’assaporare almeno un minimo il variopinto arcobaleno dell’esistenza!


Mazzani Maurizio

mercoledì 23 marzo 2011

Organizzazione della conoscenza e vissuto dello stress

Eccomi a parlare di stress, argomento di sempre più attualità, poiché costituisce, a nostro malgrado, una realtà che avvolge, chi più e chi meno, tutti quanti.
Non è certamente un caso, dunque, che parli di stress e soprattutto della modalità interpretativa con la quale costruiamo le avversità della vita che ci si presentano. E’ proprio il nostro atteggiamento mentale verso le negatività, che deciderà la particolare drammaticità dei comportamenti e delle emozioni che ne seguiranno.
Ritengo, pertanto utile, comprenderlo il più a fondo possibile, al fine di avere più conoscenza disponibile per potergli far fronte.

Il nodo centrale, è che la capacità di gestione dello stress può essere incrementata attraverso la conoscenza dei meccanismi mentali che lo regolano.
L’entità dello stress non consegue automaticamente da eventi ritenuti oggettivamente negativi, ma esiste tutta una serie di fattori personali (le proprie cognizioni) che decidono come un evento qualsiasi inciderà sul nostro stato di salute.
La conoscenza personale, il nostro bagaglio di informazioni “sedimentato” nella memoria nel corso degli anni, quale frutto delle esperienze di reciprocità tra la nostra struttura mentale e il mondo, costituisce il filtro attraverso il quale osserviamo e costruiamo gli eventi di vita. Con tale bagaglio si intendono gli schemi cognitivi, la capacità previsionale, le aspettative, che si adoperano su se stessi e sul mondo.
Il modo di percepire, di interpretare o meglio di costruire la realtà, che è un modo personale ed unico di elaborare gli input interni ed esterni afferenti al nostro sistema cognitivo, è dunque il centro della vita mentale.

Il punto è proprio qui, l'angolazione, l'ottica con cui interpretiamo e valutiamo gli eventi, le cognizioni che abbiamo su di essi, sono il fulcro del nostro divenire sia esso felice od infelice.
Pertanto, quando parliamo delle nostre reazioni agli eventi delle vita, dobbiamo fare attenzione a distinguere fra il valore oggettivo del potenziale agente di stress, e il valore soggettivamente attribuito, che determina l'effettiva risposta fisica e psichica ad esso correlato.
L'uomo non è strettamente determinato dall'ambiente, né dal suo passato, né dalle sue pulsioni, ma dal modo con cui soggettivamente costruisce la conoscenza di sé stesso, del suo ambiente e della sua storia.

E’ “la sedimentazione conoscitiva" che acquista una grande importanza nel decidere se un avvenimento, anche traumatico, avrà effetto sul l'equilibrio psicofisico dell'individuo.
E' la vecchia conoscenza, che imponendosi coattivamente, costituisce il substrato sul quale accomodare la nuova conoscenza (la costruzione del nuovo evento), la quale dovrà necessariamente accettare compromessi prima di fissarsi come "dato nuovo". Inevitabilmente quest'ultima sarà influenzata dalla prima, ed insieme segnano il personale modello interpretativo con il quale ognuno di noi costruisce il mondo e se stesso… da qui l'espressione che noi adattandoci all'ambiente in cui viviamo, non facciamo altro che costruirlo.
Costruire significa semplicemente interpretare la realtà in un modo personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso l'esperienza. La realtà non verrebbe quindi scoperta, come molti erroneamente credono, ma semplicemente inventata!

Il patrimonio conoscitivo, la modalità con cui l'individuo entra in relazione con se stesso e il suo ambiente, e ne attribuisce i significati e previsioni, nasce con noi e ci accompagna per tutta la vita. Inizia col rapporto di scambio tra il neonato e le figure significative, cioè nel periodo chiamato dell’attaccamento (periodo in cui la sopravvivenza è strettamente dipendente dalla figura d’accudimento) e, nel quale è integrato il corredo conoscitivo innato (i primari costrutti fisici d’interazione utili alla sopravvivenza, es: il pianto, il sorriso, il dolore, ecc.), producendo l’aumento del patrimonio dei costrutti. Quest’ultimi intesi come unità elementari di conoscenza, e il loro insieme costituisce il personale modo di osservare la realtà.
Spiegato in senso lato, i costrutti costituiscono non altro che il nostro modo di pensare, i nostri “gusti e giudizi”, insomma, detto molto semplicisticamente “ciò che ci piace e ciò che non ci piace”.
In sintesi, l'attività del conoscere sottende l'attività del costruire, la quale a sua volta sottende l'attività del prevedere. Il prevedere è il formarsi un “infinito” numero di costrutti, che ci permettono di sapere, in ogni momento che n’abbiamo bisogno, ad esempio:
-come siamo, come sono gli altri;
-come ci comporteremo, come si comporteranno;
-cosa ci piacerà, cosa gli piacerà; ecc., ecc.
Insomma previsioni su se stessi o sul mondo.

Tale conoscenza da la possibilità di programmare il proprio agire in relazione agli obiettivi che l'individuo stesso si propone.
Conoscere, per l'uomo, è l'impulso primario che governa ogni suo comportamento, ogni sua azione, per raggiungere la sicurezza sull'ambiente, che rappresenta la pietra angolare del suo benessere.

Gli studi sulla psicologia della percezione c’insegnano che non si vedono gli oggetti "perché esistono", ma soltanto dopo un elaborato processo di costruzione, allo stesso modo non si rievocano gli oggetti o le risposte semplicemente perché nella mente esistono le loro tracce, ma soltanto con un analogo processo di ricostruzione (nel quale si fa uso dell'appropriata informazione presente nella memoria). Noi percepiamo "il nuovo", costruendolo sull’informazione costituita dalle tracce dei processi di costruzione precedenti, cioè non esistono in magazzino copie d’eventi mentali completi, ma solamente segmenti della precedente attività costruttiva, se così non fosse dovremmo possedere una capacità mnestica inimmaginabile! Le tracce, dunque, non sono semplicemente "rivissute" o "riattivate", al contrario, i frammenti memorizzati sono utilizzati quale informazione per una nuova costruzione (la nuova invenzione!).

Parafrasando, ciò significa che ogni qualvolta giungano delle informazioni al nostro sistema mentale (es. nuovi dati prodotti da una esperienza in corso), la loro valutazione avviene in modo prettamente soggettivo, poiché l’elaborazione dell’informazioni si fonda, sia sulla presa in atto dei dati presenti (inerenti l’esperienza), sia sui dati pregressi (la sedimentazione conoscitiva già presente in memoria), che creando le aspettative su ciò che si sta conoscendo, ne determina l’interpretazione.
Il punto più che importante sul quale soffermarci è proprio questo: se tale conoscenza pregressa si è formata in condizioni disfunzionali d’interazione (reciprocità disadattiva tra genitori e figli) l’elaborazione dei nuovi dati, sarà purtroppo colorata da tale valenza disfunzionale, compromettendone così la costruzione in atto… ed ecco, dunque, sopraggiungere la psicopatologia
L’oggettività che erroneamente si ritiene possiedano le nostre idee, cade di fronte a tale realtà in cui (visuale costruttivista della conoscenza), ogni nostra costruzione è sempre e sempre un’invenzione! (un atto creativo per eccellenza), come ho più volte asserito.
Pertanto a ciò dobbiamo che il comportamento, da individuo ad individuo, e nello stesso individuo, da momento a momento, è differente; crediamo e pensiamo cose diverse, abbiamo mentalità diverse, cioè prevediamo cose diverse.

Precisando, il progressivo cambiamento di conoscenza ha luogo nel momento d’incontro tra la conoscenza posseduta, che crea aspettative e la verifica di queste con l’esperienza. In tale momento avviene la validazione e l’invalidazione, che costituiscono il dinamismo centrale dell'acquisizione di conoscenza.
L’invalidazione in particolare rappresenta l'occasione d’arricchimento e di sviluppo delle capacità previsionali (cioè possibilità di sostituzione di costruzioni errate). Inoltre, si può dire che l'incremento conoscitivo, (aumento di complessità cognitiva) ci consente una maggiore disponibilità di soluzioni, come anche una maggiore malleabilità al decentramento dalla propria visuale soggettiva, che è elemento centrale per il buon funzionamento psichico.
E' il sistema di conoscenza dell’individuo, le sue convinzioni centrali in particolare (l’immagine posseduta di se stessi, es. buoni, altruisti, amabili, intelligenti, ecc., ecc.), che decidono il livello di vulnerabilità posseduto, e le reazioni psicofisiologiche che saranno messe in atto di fronte ad un potenziale agente di stress (agente che agisce potenzialmente invalidando o solamente ritenendo che invalidi proprio tali aspetti, centrali per la salute dell’individuo).
Insuccessi, rifiuti, perdite, è impossibile evitarli, ma dal punto di vista psicologico "non è importante l'evento in sé" come più volte affermato, quanto il modo con cui si reagisce, cioè la propria reazione emozionale. "Non è importante ciò che succede", ma il modo come lo prendiamo rappresenta il fondamento della salute. A riguardo, ricordiamo per esempio, affermazioni di grandi autori come: C. Du Bois, secondo il quale le idee scorrette producono disagio psicologico; A. Adler, con la sua contrapposizione tra "intelligenza privata" e "senso comune"; Kant, il quale riteneva che le malattie mentali si manifestano quando una persona non riesce a correggere il suo "senso privato" con il "senso comune"; e persino in Marco Aurelio: "se ti è data sofferenza da qualche cosa esterna, non è questa cosa che ti disturba, ma il giudizio su di essa, ed è in tuo potere eliminare questo giudizio”; ancora in Epitteto, "gli uomini non sono mossi dalle cose, ma dalle visioni che di esse hanno".

Pare dunque accertato, che il modello personale con il quale ci si pone in rapporto con la realtà, sia di indiscutibile centralità, per cui è bene non disconoscere l’importanza della struttura cognitiva tipica dell'individuo conoscente, quando si parla di valore stress.
Gli schemi cognitivi, che ciascuno sviluppa durante tutta la sua vita, si ancorano primariamente durante i primi anni, al contatto col mondo esterno e con le esperienze interne. Essi sono una specie di "filtro" attraverso il quale osserviamo il mondo e noi stessi in un modo che è specifico per ciascuno. Inoltre definiscono da un lato, le aspettative su ogni contesto e i calcoli possibili da compiere, dall'altro, le limitazioni conoscitive tipiche all'individuo al quale lo schema appartiene. Vediamo che questi schemi costituiscono proprio la capacità predittiva dell'individuo. Con ciò s’intende che, i sistemi viventi e le persone in particolare, modificano costantemente le proprie costruzioni del mondo, degli altri e di sé e che tale cambiamento rappresenta l'aumento della conoscenza, quindi della sua capacità di previsione.
Tali schemi, quando disfunzionali, costituendo una limitazione all'incremento conoscitivo, quindi della capacità di previsione, rappresentano la limitatezza del sistema e, l'essenza della nostra "vulnerabilità individuale". Questi attivano facilmente pensieri negativi in maniera automatica, (non preceduti da riflessione), persistenti e talvolta talmente rapidi che sfuggono alla consapevolezza dell'individuo, costituendo parte della conoscenza automatica e/o inconsapevole.
L'attivazione di schemi disfunzionali e l'occorrenza di pensieri automatici negativi, si accompagnano costantemente ad esperienze emotive negative e ad una reazione comportamentale e biologica (lo stress), che è conseguente allo schema attivato.

Dunque, se un'esperienza "dannosa" la interpretiamo come catastrofica, ecco che il cuore, il sistema immunitario e il sistema digerente ecc. sono messi a grave rischio. Se la cosa è osservata sì come negativa, ma non tanto spaventosa da non poterla assorbire, la risposta dell'organismo è meno invasiva. Pertanto, l'attività biochimica cerebrale aumenta solo quel poco da permettere una risposta efficace, senza ridurci all'impotenza.
Oggi si è in grado di poter identificare, almeno in parte, i meccanismi tramite i quali fattori psicologici e sociali agiscono sui processi biologici. Se per esempio, l'individuo può determinare troppo poco la propria esistenza, o se le circostanze contrastano con il raggiungimento dei suoi scopi e dei suoi bisogni fondamentali di amore e d’attaccamento, l'esperienza ci dice che aumenta la "vulnerabilità" non solo alle malattie in generale, ma anche alle patologie neoplastiche.
La ricerca sperimentale indica che è particolarmente importante, ai fini degli effetti psicologici e fisiologici di un evento stimolo, la possibilità per il soggetto di esercitare un qualche controllo sull'agente stressante.
Qui entra in gioco l’importanza della percezione della propria efficacia, ciò significa come la mente si ponga di fronte ad un problema da risolvere o ad un obiettivo da raggiungere; argomento già trattato precedentemente in altro articolo.

In conclusione, per conoscere se certi eventi della vita correlano con un quadro di disagio psichico (presenza di ansia, angoscia, paure irrazionali, depressione, affaticamento mentale, rituali ossessivi ecc.), principalmente bisogna vedere in che modo si valutano e si affrontano le proprie esperienze!

Mazzani Maurizio

venerdì 18 marzo 2011

Il counseling cos'è

La traduzione letterale di counseling è "dare consigli", ma tale traduzione è riduzionistica. Il counseling entra in gioco in ogni situazione ove la persona si trovi ad affrontare problematiche di difficile gestione. Il counselor interviene quando una il soggetto ricerca aiuto per gestire con maggiore efficacia uno o più problemi che invadono la sua vita. L'obiettivo del counseling, infatti, è quello di aiutare ad individuare le proprie capacità e punti di forza.

Le attività di counseling possono essere ricondotte secondo la British Association for Counseling a:
-indicazione delle opzioni di cui il soggetto dispone ed appoggiarlo in quella che sceglierà;
-promuovere dei cambiamenti esaminando in particolare le situazioni o i comportamenti problematici;
-indurre fondamentalmente l'autonomia, ricercando insieme alla persona la sua verità.

Il counselor è un consigliere competente che, a differenza dell'aiuto apportato da un familiare, di un amico, ecc., non è coinvolto emotivamente, per cui può agire con maggiore distacco, una leggera lontananza è utile in modo che la sua emotività non intacchi il processo d'aiuto.
Il counselor è una presenza supportiva, non giudicante che si propone come valido appoggio psicologico nei momenti di crisi. Egli offre una serie di competenze atte a promuovere una buona comunicazione e ad incoraggiarela persona a parlare liberamente, a esprimere le emozioni intense di qualunque valenza: sia positive che negative, e portarlo pian piano alla comprensione di se stesso.

L’ottenimento di tali obiettivi avvengono all'interno di una struttura il (framework) ove il counselor lavora. Lo vediamo all'opera con un atteggiamento di completo rispetto per il paziente, accettandolo in ogni sua caratteristica, ma nello stesso tempo fornendo quegli utili input tali da metterlo in lieve discussione. Il fine è sempre promuovere un cambiamento verso un adattamento migliore.
E’ bene dire, infine, che l’attività di counseling la vediamo presente in primo piano negli interventi psicoterapici, poiché il terapista, ovviamente, deve essere in primis un eccellente counselor.

Mazzani Maurizio

venerdì 6 agosto 2010

Organizzazione della conoscenza di tipo Psicotico

In tale struttura troviamo che le esperienze di attaccamento potrebbero aver segnato lo svilppo della conoscenza, ad esempio esperienze di attaccamento insicuro ed evitante del candidato alla paranoia sono la polarizzazione verso una figura di attaccamento che sia a un tempo forte, sicura di se ma ostile nei riguardi della realtà e del bambino stesso. Le ripetute esperienze di rifiuto conducono il piccolo figlio a contare solo su su di sé (compulsiva fiducia su sé stessi) e contemporaneamente a riprodurre le stesse modalità egocentrica dell'unica figura di attaccamento, senza possibilità di critica. Ne risulta che il bambino non riesce a superare "l'egocentrismo cognitivo" che viene normalmente abbandonato con l'adolescenza. Pertanto anche in tale organizzazione, sembra che il rapporto interattivo madre-bambino, nel periodo infantile, abbia avuto un incongruo modo di stabilirsi. Si è anche osservato che il bambino con alta soglia di recezione agli stimoli, si sarebbe trovato in un ambiente a stimoli di bassa entità o viceversa. Pertanto si avrebbe nel primo caso, un organizzazione delle strutture di base con grave rallentamento, cioè caratterizzato da disturbi formali negativi (alogia), nel secondo, disturbo formale positivo, le modalità organizzative saranno improntate all'eccessiva confusione. Comunque in entrambe i casi, le strutture conoscitive sarebbero state caratterizzate da forti difficoltà ad integrarsi e il tentativo di organizzare il proprio disordine sarebbe stato fortemente ostacolato. I dati sull'interazione familiare confermano la difficoltà dello psicotico per via dei suoi schemi provvisori a decodificare i messaggi ad alta intensità di un ambiente iperstimolante. A questo punto l'organizzazione psicotica può "scegliere" tra due possibilità: a) lasciare che gli stimoli esterni fluiscano nel sistema che non riesce a chiudersi, provocando la perdita del controllo psicosensoriale e la confusione dissociativa; b) la chiusura rigida del sistema, per evitare l'invasione escludendo i messaggi sensoriali utilizzando una struttura limitata e stereotipata per interpretare i dati esterni, e costruire una realtà indiscutibile, cioè il delirio.

La schizofrenia e la paranoia sono due lati della stessa medaglia, poiché la chiusura o l'apertura, senza nessun vincolo organizzazionale, corrispondono a due radicalizzazzioni del funzionamento del sistema. Esse rispondono sintomatologicamente al decadimento brusco della capacità predittiva verosimile, poichè entrambe permettono di recuperare una certa quantità di tale capacità e sono quindi liberatorie rispetto all'incertezza e incomprensibilità che seguono all'invalidazione.


Ci troviamo di fronte allo scompenso del tipo "paranoide" ove lo psicotico ha un meccanismo di attenzione iperselettivo tendente ad inserire anche i minimi particolari nello stesso rigido schema. L'"overinclusion" di dati rilevanti rende impossibile il pur minimo cambiamento. Infatti l'organizzazione gerarchica possiede una forte "integrazione", una scarsa "differenziazione" e uno sviluppo unilaterale dei costrutti che porta tale sistema, di fronte a una invalidazione previsionale centrale e apparentemente ineludibile, a scegliere la strada di ignorarla, irrigidendo la struttura e privileggiando la coerenza interna a discapito della verosimiglianza delle previsioni. Dopo il periodo dell'incertezza seguito alla primitiva invalidazione, la formulazione dell'idea delirante appare come un'ancora di salvezza che restituisce predittività al sistema, e la nuova idea diventa perno organizzatore di tutta la sccessiva esperienza. L'isight del paranoico corrisponde alla creazione di un pensiero "triviale" (ora mi è tutto chiaro). Nello scompenso "non paranoide" lo psicotico appare assai distraibile da ogni stimolo ambientale e incapace a selezionare alcuni dati per lui rilevanti escludendone altri. L'attenzione si frammenta in centomila volti, centomila voci: da qui nasce l'angoscia nelle acuzie schizofreniche. Pertanto la mancata capacità di "integrazione" fra le diverse componenti che concorrono all'armonia tra i processi percettivi, emotivi e cognitivi, cioè la "struttura conoscitiva", rappresentano lo scompenso che è dovuto ad una poco sviluppata "organizzazione gerarchica" e una consistente "differenziazione". Di fronte ad un evento invalidante "tipo applicabilità", il sistema tenta di mantenere, per quanto possibile, una certa quantità predittiva, ma lo fa in modo assolutamente opposto al sistema paranoide: l'impermeabilità all'invalidazione è ottenuta attraverso la riduzione della precisione delle previsioni. La paranoia viene intesa come meccanismo di difesa dalla eventuale disgregazione del se.

Dunque a differenza della schizofrenia, abbiamo anche che il delirio nella paranoia è lucido ed egosintonico, sistematizzato e coerente nei suoi temi, vissuto con intensa partecipazione affettiva e sempre in rapporto con l'ambiente, è il sostegno stesso dell'identità. Il suo sistema predittivo è assolutamente monolotico e ogni evento riguarda il nucleo del sé; nulla è periferico e irrilevante, nulla è dovuto al caso, tutto è intenzionale e indirizzato a sé. Come dicono Lorenzini e la Sassaroli, egli è ostile perchè non "sragiona" e non sa altrimenti come farsi tornare i conti, al contrario dello schizofrenico che "sragiona", ma i conti se li fa tornare a modo suo inventando una sua realtà privata e non forzando la realtà condivisa con gli altri.


Nella schizofrenia i deliri sono più frammentari e vissuti con labile partecipazione affettiva; inoltre è presente la dissociazione mentale e le alterazioni percettive; la predittività è mutevole, vaga, indefinita e che non ha bisogno di fare i conti con la realtà, potendo tranquillamente ignorarla o modificarla a piacimento.
La definizione dei deliri è rimasta praticamente invariata attraverso i tempi. Essi vengono considerati tutt'oggi nella maggior parte dei testi di psichiatria quali "convinzioni o idee erronee, che sono tenacemente ritenute valide, che non corrispondono a quanto generalmente si crede nel contesto etnico-culturale e religioso del soggetto che le presenta, e che non si lasciano influenzare dalla critica o dal fatto che si possa presentare dell'evidenza che le contraddica e rappresentano la migliore, se non l'unica, spiegazione che il soggetto riesce a darsi su come stanno le cose". Generalmente i temi principali che contengono i deliri, sono da ricondursi a quelli con contenuto di: idee di colpa, di persecuzione, di influenzamento, di riferimento, idee sessuali e idee di esaltamento.

Mazzani Maurizio

domenica 1 agosto 2010

LA REALTA' INVENTATA... In che modo conosciamo ciò che crediamo di conoscere?

Le nostre emozioni e il nostro comportamento non sono altro che conseguenti al filtro cognitivo (il nostro punto di vista, il nostro modo di pensare) insito in ognuno di noi, con il quale valutiamo gli eventi.
La nostra attività del costruire costituisce l'obiettivo primo del vivere quotidiano. Noi da quando ci alziamo fino a quando andiamo a dormire e anche quando sogniamo, costruiamo e ricostruiamo il mondo e noi stessi. Tale interazione si compie attraverso le nostre strutture cognitive, e questo comporta che tutto ciò che avviene all'interno del nostro spazio di vita (quello che è a noi emotivamente collegato) avviene solamente perché siamo noi a deciderlo.
La vecchia psicologia sostiene che siamo determinati da particolari forze interne (pulsioni) o passivamente dall'ambiente attraverso i condizionamenti ecc., ma questo non è vero o non è tutto!
Siamo noi i costruttori della nostra realtà personale, ne consegue che siamo noi che decidiamo se un qualsiasi evento sarà o no spiacevole.

Per farvi afferrare tale concetto voglio condurvi ad una semplice riflessione:

immaginate di trovarvi in una situazione in cui siete soli nella vostra abitazione, ad un certo momento avvertite un rumore alla finestra…
potreste pensare che a causare il rumore potrebbe essere stato un ladro;
a tale costruzione (pensiero) avreste sicuramente una reazione emotiva negativa (ansia, insicurezza, ecc.)
infine avreste anche un comportamento di allerta (chiamereste la polizia, oppure vi nascondereste, ecc.).
Ora immaginate di costruire l'evento neutro in modo rilassato e tranquillo, vi accorgereste che le risposte emotivo-comportamentali vengono ribaltate…
infatti se pensaste che a causare il rumore è stato solamente il vento che ha fatto sbattere per esempio una persiana;
non avreste sicuramente emozioni negative;
e il vostro comportamento sarebbe semplicemente di andare alla finestra e verificare cosa è stato a causare il rumore.
Bene, la conclusione che ne risulta ovviamente è semplice, l'esempio dimostra proprio che noi viviamo solamente ciò che costruiamo, cioè ciò che crediamo vero, ed è quello che i nostri schemi cognitivi, preformatesi in particolar modo nell'età infantile, decidono. Un iniziale suggerimento per verificare in prima persona quanto esposto, è che quando qualcosa interno o esterno a voi vi turba, cercate di cambiare il pensiero su di esso, cioè cercate di cambiare il vostro usuale punto di vista, decentratevi (cioè abbandonate il vostro pensiero egocentrico, residuo del pensiero infantile, infatti quanto più la nostra realtà di adulti è caratterizzata dalla presenza di schemi di pensiero infantile, tanto più ci troviamo consequenzialmente inadeguati ad affrontare problematiche tipiche della nostra età, ed ecco, dunque, la nevrosi!).

Modificare la nostra conoscenza rendendola sempre più adeguata all'età in cui ci troviamo, significa pian piano abbandonare la conoscenza abituale, la quale si è dimostrata fallimentare per il proprio benessere, con una nuova conoscenza che ci permetta di avere risposte più razionali e quindi più adattive agli eventi. Una conoscenza incompleta o addirittura disfunzionale non ci permetterà mai un adattamento utile, pertanto sarà per noi difficile raggiungere i nostri obiettivi o scopi di vita… risultato chiaramente intuibile: scontentezza, infelicità ecc., ecc.


Per concludere, costruire significa semplicemente interpretare la realtà in un modo personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l'esperienza. La realtà non verrebbe quindi scoperta, come molti erroneamente credono, ma semplicemente inventata.

Il processo di adattamento all'ambiente in questa ottica, non è un effetto unidirezionale, dall'ambiente sulle strutture biologiche dell'individuo, ma bidirezionale come la moderna psicologia spiega. L'ambiente e l'individuo, nel rapporto di reciprocità, cioè di scambio, si determinano a vicenda. Ecco qui l'espressione che noi adattandoci all'ambiente in cui viviamo, non facciamo altro che costruirlo.

Mazzani Maurizio

martedì 27 luglio 2010

EGO E NON EGO

Ego e non ego, uomo o Dio, materia o spiritualità, è questo il dilemma.

L’uomo è implicitamente rappresentabile dal suo orgoglio, e da tutto ciò che gli ruota attorno.
L’identificazione, azione per eccellenza che amplia la sua dimensione egoica. Identificazione con i segmenti oggettuali, gli elementi emotivamente a egli significativi. L’aspetto del possedere che porta inevitabilmente all’essere posseduto, annullano e nello stesso tempo arricchiscono egoicamente colui che l’attua, un'antinomia antropomorfica esistenziale per eccellenza.

Porre rimedio a ciò che significa annullamento del proprio Io, un annientamento virtuale ma che è spettralmente reale, diviene cosa priva d'attrazione.

Un uomo dunque, cieco, solamente orientato al solo soddisfacimento della sua dimensione materiale. Un uomo fluttuante senza dimensione, che osserva la propria realtà da un'angolazione simile e dissimile dalla visuale oggettiva e distorta.
Una visuale reale e nello stesso tempo irreale del mondo nonché di se stesso. Egli perde quindi in ogni caso, l’umiltà patrimonio delle dottrine religiose diviene un miraggio che nessuno vuole raggiungere.

L’essere umile, liberarsi dalla tirannia del proprio Ego, l’obiettivo più auspicabile che si possa ottenere, diviene un qualcosa che non ha forma.
Un tempo era un nome che rendeva fiero, un titolo che ne nobilitava il casato, oggi è il possesso d'oggetti o di particolari prestazioni che costituiscono l’oggetto dell’identificazione che porta all’ampliamento del proprio Ego. Un’automobile, un vestito firmato da una qualche prestigiosa casa d'abbigliamento, un telefonino cellulare iper-tecnicizzato, un’abilità in un qualche campo, insomma tutto ciò che per l’individuo ha quella carica emotiva che, ad una sua sconsiderazione, egli si sente menomato nel proprio valore. L’errata interpretazione dei fatti, l’identificazione di se stesso con tutto ciò che gli appartiene, fa sicché il suo Sé svanisca nella virtualità di ciò che possiede.

L’uomo senza dimensione, l’uomo privo del Sé, l’uomo con un corpo vuoto è l’uomo d'ogni tempo. L’orgoglio, l’alterigia, la prosopopea, aggettivi la cui proprietà appartiene all’Ego, sono le non qualità dell’uomo di sempre. Abbattere l’Ego per conquistare il non Ego è vivere la propria spiritualità che è l’unica libertà raggiungibile, dunque, essenza senza materia.
Il desiderio di superiorità, obiettivo che erroneamente viene posizionato sopra le parti, è invece sotto le parti. L’accecante desiderio di emergere sull’altro, che viene espresso nella competizione, costituisce quello che volgarmente viene intesa come azione per raggiungere la superiorità, essere superiori sul proprio simile è, dunque, obiettivo dell’uomo di questa terra. Aberrante desiderio di sminuire, di annientare, di distruggere l’altro, un desiderio che ha radici primordiali (la sopravvivenza).

Il male e il bene, l’Ego e il non Ego, materia e spiritualità. Siamo soli, l’altro non esiste se non per misurare le nostre caratteristiche fisiche, psicologiche, culturali., ecc., ci inorgogliamo al costatare che una nostra caratteristica è migliore dell’altra dall’altro posseduta.
Egoismo, altruismo, dicotomia invincibile, passiamo all’amore, consideriamo l’altro come un qualcuno che ci offre l’opportunità di avvicinarci a se stessi. Comunichiamo con egli, comprendiamolo nella sua etica e nella sua morale, facciamolo nostro come è nostro lo spirito.
Lo spirituale è di tutti, è dentro di noi, rappresenta l’unico avere con cui paradossalmente non riusciamo ad identificarci.

Quando ci identifichiamo preferiamo un bell’oggetto, una bella scarpa firmata e guai se qualcuno ce la offende… il nostro Io ne sarebbe intaccato nel suo orgoglio.
Identificarci con lo spirituale, con l’amore, con il sociale è cosa per noi alquanto difficile. Il fatto è che non riusciamo a vederlo ne a sentirlo, è come se non l’avessimo e ne sapessimo cosa sia. Crediamo che solo particolari persone lo posseggano, ed invece ciò è dentro ognuno di noi, celato in taluni più in superficie e taluni più in profondità. Le difese attuate dall’individuo non sono altro che escamotage cognitivi finalizzati al mantenimento dell’immagine autoreferenziale. Tali difese si attuano ad un fine protettivo, per difendere eventuali danneggiamenti dell’immagine che ognuno di noi possiede, ma erroneamente queste difese si ipertrofizzano fino a imprigionarci in se stesse. Le convinzioni centrali su noi stessi rappresentano il bersaglio più ambito dall’altro nonché da se stessi. Il punto è essere, mentre l’identificazione con il materiale è il non essere. L’avere dunque costituisce quello che erroneamente crediamo appartenere alla nostra realtà totale, invece costituisce solamente essere la rappresentazione egoica dell'Io non spirituale. Le azioni quotidiane sono fondamentalmente fondate sull’atto del giudicare se stessi e gli altri, tale azione è per eccellenza il più tipico prodotto dell’Ego. Misurare è dunque l’aspetto promotore delle difese egoiche. La paura di incombere con l’avvicinamento all’amore, non è altro che paura di scoprirsi e rendersi vulnerabili… ma chi possiede tale paura se non solamente l’Ego. Il non Ego è privo di valutazione per cui non può incombere di fronte a nulla. Esso non ha timore, è emissione d’amore, di socialità e d’altruismo. Il vero Sé non ha riferimenti oggettuali, il materiale non è la sua di merce di scambio.

Liberarsi dalla tirannia dell'Ego è come liberarsi del proprio carceriere interiore. Evolversi psicologicamente ha, infatti, tale obiettivo.
La rigidità delle difese dell'Io rappresentano non pochi problemi per l’evoluzione personale. Ecco dunque il profilarsi della libertà dal proprio Ego, quale caratteristica basilare per un buon funzionamento psichico, nonché ingrediente basilare per far sprigionare la spiritualità che è dentro di noi.

Mazzani Maurizio

mercoledì 9 giugno 2010

Il RELATIVISMO ASSOLUTO “la contraddizione in termini per eccellenza"

Parlare di assoluto sicuramente i più ne rimarrebbero sbigottiti… direbbero ma come assoluto se l’assoluto non esiste, a meno che si intenda osare assumendo come assoluto Dio o Allah come dir si voglia con tutti i suoi vari rappresentanti profetici: Maometto, “Gesù”, ecc., ma nonostante ciò appare oggi ormai più che chiaro, che anche nell’area mistica, di assolutamente certo non c’è proprio un bel niente!
Non si può più identificare il divino con l’assoluto a meno che si abbandoni la logica a favore della fede religiosa, ma sappiamo che di fedi religiose ce ne sono tante, per cui anche in questo caso, appare impossibile assumerne una come assoluta, quando siamo consapevoli della presenza di altre, le quali potrebbero essere altrettanto valide.
Ma spesso ci volgiamo al mondo reale con la stessa fede irrazionale con cui ci dirigiamo al divino. Per cui poniamo per necessità, il più delle volte inconsapevolmente quindi senza una minima riflessione, come assoluto dei riferimenti che oggettivamente non lo sono.

Le norme culturali (la sovrastruttura: per es. la cultura occidentale od orientale o araba o ancora le culture primitive tipo tribali presenti in alcune popolazioni dell'Africa centrale o presso gli ultimi aborigeni del continente australe; ecc.) ne sono l’esempio, e l’etica e la morale che sono all’interno, ne costituiscono i riferimenti comportamentali per eccellenza, che erroneamente sono creduti assoluti.

Ognuno di noi possiede all’interno del suo sistema pensante, la sua etica e la sua morale che non sono altro che la sottocultura partorita dalla sovrastruttura culturale. Ed è proprio ciò che vige nella maggior parte dei casi, ed in maniera assolutamente irremovibile, come guida del nostro comportamento.
Le rigidità assolutizzanti e preconcette ne sono l’esempio. Esse rappresentano i punti di riferimento del sistema cognitivo, i concetti fondamentali, con i quali valutiamo il mondo e noi stessi. Sono proprio tali concetti che costituiscono ciò che di “assoluto” vige nella nostra struttura mentale.

Assolutismo/relativismo dicotomia impossibile se non solamente accademica, per cui cercherò di farvi giungere alla consapevolezza dell'inesistenza di certezza assoluta, ma solamente relativa che a nostro “piacimento” consideriamo assoluta.

Tale consapevolezza sarà di vitale importanza, poiché è proprio sul relativo che noi poniamo come assoluto, che si basano gran parte delle nostre difficoltà nell’affrontare la realtà quotidiana: l’origine dei nostri nevroticismi, l’incapacità di spostarsi facilmente, potendo così costruire il mondo e noi stessi da un diverso orizzonte, da una differente angolazione, un'angolazione dissimile da quella che s'impone coattivamente al nostro vivere.
La dimostrazione è semplice basta pensare, come già accennato, alle differenti sovrastrutture culturali ancora esistenti sul nostro pianeta. Esse possiedono come riferimenti assoluti elementi diversi, ed è chiaro che ogni cultura è diversa da un'altra nella misura in cui questi elementi relativi vengono assunti come assoluti.
Un esempio in tema, è il concetto di normalità, la quale è differente nelle diverse culture. Essa significa, infatti, solamente essere nella norma, cioè appartenere a quell'insieme d'individui che rappresentando la stragrande maggioranza, costituiscono il riferimento normativo, cioè il criterio socio culturale guida, tale da poter differenziare altri che hanno caratteristiche diverse, cioè anormali (fuori della norma).
Pensate ad esempio alla cultura araba dove avere due o più mogli è largamente accettato, quando nella nostra cultura ciò non solo non è normale, ma anche punito dalla legge. O ancora la circoncisione dei bambini ebrei, che rappresenta l'iniziazione religiosa, elemento importantissimo per quella gente, ma che è da noi occidentali invece impraticata, per cui farlo sarebbe considerato non normale. O per estremo pensiamo al matriarcato presente in una cultura tribale dell'Africa centrale, invece del patriarcato presente nelle restantanti culture. Infine, altro esempio, il far calzare delle piccole scarpe per anni alle bambine cinesi, per impedire che il loro piede cresca più di tanto, poiché in quella cultura avere le donne un piccolo piede rappresenta un aspetto di gran grazia, per cui esse, con sofferenza, sopportano tale costrizione culturale come una normalità, mentre per noi sarebbe pura follia!
Pertanto quello che deve essere ben chiaro, ed aver raggiunto la vostra consapevolezza, è che l'unico assoluto possibile è la certezza dell'inesistenza di certezza.

Il relativismo assoluto che è una contraddizione in termini, non è altro che una mera invenzione dell'uomo per ottemperare al suo bisogno di sicurezza. L'unica realtà che ci riguarda è il relativismo, ed in particolar modo, essendo ciò che c'interessa, il relativismo quindi dei nostri fatti mentali, delle costruzioni su noi stessi e sul mondo, per cui ogni nostro comportamento, ogni nostro pensiero, ogni emozione non è altro che il derivato della nostra teoria di come i fatti avvengono. Tale teoria è la risultante degli scambi tra noi e il mondo, per cui rappresenta la sottonormativa alla quale ci atteniamo quando ci comportiamo. Assumere come assolutamente oggettiva una semplice interpretazione soggettiva degli eventi psicologici a noi collegati è la premessa all'infelicità.


Ora facciamo una riflessione circa il relativismo dei fatti mentali, per far questo, basta semplicemente pensare ad una qualsiasi vostra situazione passata, dove vi siete comportati aggressivamente con rabbia per via di un qualcosa che in quel momento avete giudicato importante, a tal punto da sentirvi feriti nel vostro amor proprio (ferita egoica), ma che poi dopo un po' di tempo, ripensandoci sopra, facilmente vi è accaduto di dirvi, ma che stupido che sono stato ad arrabbiarmi in quel modo, in fin dei conti quella cosa che avevo giudicato così importante non lo era affatto, e per di più c'è andata di mezzo anche mia... ecc., ecc.

Il punto è proprio questo: per quanto riguarda il relativismo delle differenti normative sovra-culturali, sono convinto che sia già patrimonio di tutti voi, per cui credo che non ci sia altro da aggiungere; mentre comprendere consapevolmente il relativismo dei fatti mentali, sia vostri che altrui merita ulteriore attenzione. Per cui riflettendo sulle vostre costruzioni sul mondo e su voi stessi, potete notare che esse risultano facilmente assolute in un momento, per poi apparire estremamente relative solo dopo poche ore al semplice riesame, come spiegato sopra, e questo quando riuscite a spostare il vostro punto di vista come ho già accennato.

Dunque, tutto è relativo come ovviamente tutte le costruzioni sul mondo e su voi stessi, per cui quando state nevroticamente male perché avete interpretato un fatto in un certo modo ricordatevi che è sempre, è sempre una costruzione relativa dell’evento che in quel momento giudicate assolutamente spiacevole, ma che potreste rivedere e rendere la costruzione più consona alla realtà, pertanto più oggettiva.


Mazzani Maurizio