Cerca nel blog

Pagine

domenica 8 maggio 2011

Cos'è una rete neurale artificiale?

L’elemento basilare del sistema nervoso degli animali è il neurone. Esso ha la capacità di ricevere e combinare segnali provenienti di altri neuroni. Il livello di tali segnali decide se il neurone resterà inibito o entrerà in conduzione consentendo l’uscita del segnale per mezzo della sua estensione detta assone. L’assone si collega per mezzo di giunzioni dette sinapsi alle ramificazioni chiamate dentriti ove il segnale si diffonde a una gran quantità di altre neuroni. E’ questo complesso di collegamenti di neuroni che viene chiamato Rete Neuronica.
Riprodurre artificialmente la capacità di questa struttura biologica è diventato oggi obiettivo sempre più ambito. I tentativi sono stati apportati sviluppando modelli matematici che ne imitano le funzioni.


Le Reti Neurali artificiali ne sono il prodotto, esse rappresentano la realtà pratica di quei modelli matematici.

E’ alquanto noto che essendo l’informatica ortodossa efficace solamente di fronte a domini strutturati (problemi risolvibili conoscendone a priori regole e procedure), allora le Reti Neurali, lavorando proprio con realtà non prestrutturata diventano oggi oggetto di sempre più interesse.

La Rete Neurale è un particolare sistema informatico che permette di simulare il funzionamento cognitivo umano, per cui ne sostituisce, in taluni casi, la sua presenza.

La previsione non strutturata è dunque l’oggetto chiave della risposta della rete neurale.
Sommariamente il loro utilizzo avviene per problemi del tipo: supporto alle decisioni, diagnosi automatica, interpretazioni dei dati, modellazione del controllo dei processi industriali ecc.

 
Ultimamente sono state effettuate ricerche sperimentali a fine d’implementare sui Reti Neurali anche alcune funzione cognitive complesse. Una è la categorizzazione oggettiva di oggetti (Giornale Italiano di Psicologia, pag. 123-152), un seconda è la simulazione cognitiva delle metafore con rete neurale tipo Back-Propagation, una terza è l’uso di rete neurale nella valutazione dei potenziali umani. Il fulcro del funzionamento della rete neurale è la capacità intrinseca di variare la propria struttura in risposta ad informazioni di addestramento apportate dall’esterno, sviluppando un modo proprio di lavorare l’input. E’ l’apprendimento che la rende utilizzabile in simulazioni di capacità umane, è propria tale caratteristica che le permette di lavorare con problematiche non prestrutturate. 


Le Reti Neurali apprendono come l’uomo attraverso esperienze accumulate. Un’altra caratteristica fondamentale è rappresentata dalla loro capacità di lavorare con dati incompleti o incerti od ancora inquinati da errori o da rumore.
Ogni rete neurale possiede una propria architettura che la rende più idonea per la risoluzione di specifici problemi.

Mazzani Maurizio

giovedì 5 maggio 2011

L’OCCHIO DELLA CREATIVITA’ - Genio e follia

A primavera di alcuni anni fa partecipai come relatore al convegno “Arte e Medicina” inserito nel festival celebrato nella cittadina di Oriolo (Rm).
Il tema del convegno era centrato sull’unità tra mente e corpo ed in modo particolare si poneva l’accento sulla possibile esteriorizzazione del sintomo fisico attraverso la produzione creativa con il conseguente affievolimento di esso.
Certo non è stato un caso che si parli di ciò, la formazione del disturbo psichico e psicosomatico, infatti, sono spesso conseguenti al blocco dell’emozione, la mancanza d’espressione emotiva talvolta sfocia proprio nella patologia.

Diversi studi sono stati effettuati che hanno dimostrato che la sintomatologia patologica tra origine dalla insufficiente espressione dell’emozioni, C. G. Jung parlava di blocco creativo quando cercava di spiegare il perché alcune persone si trovino caratterizzate da chiusura e da mancanza d’esteriorizzazione della propria essenza emotiva.

La letteratura psichiatrica segnala da sempre una forma assai interessante di contiguità fra genio e follia. Strindberg, Schubert e Van Gogh hanno prodotto opere straordinarie dall’interno di esperienze soggettive di livello psicotico. La creatività del matematico ha punti di contatto stretti con quella dell’artista, è il caso di John Nash che si aggiunge ad una lista già lunga. Scriveva Ignazio Matte Blanco che il pensiero dell’uomo si muove continuamente su due strade diverse. Quella della logica formale caratterizzata dalla tendenza a distinguere e a precisare, e quella del sogno in cui l’accostamento è uguaglianza, la parte è il tutto, dove l’aderenza al principio di realtà non è obbligatoria.

Noi siamo esseri creativi per eccellenza, se facciamo un attimo riferimento al processo della visione, troviamo subito che esso è in un certo qual senso un atto creativo specifico. E’ nota l’espressione che la bellezza sta soltanto negli occhi di chi guarda… il mondo dell’esperienza è un prodotto dell’uomo che lo percepisce!

Non esiste corrispondenza tra l’oggetto osservato e la costruzione che il cervello effettua su tale oggetto.
Dagli studi sulle illusioni percettive degli studiosi della “Gestalt-theory” (orientamento teorico di studi psicologici orientati alla comprensione della modalità percettiva tipica dell’uomo), hanno fatto riflettere sul come percepiamo; ad esempio uno stesso schema visivo di una figura ambigua (il percepito) può essere interpretato come un profilo di una bella fanciulla, oppure di una vecchia “befana”, ovvero in un altro caso, lo stesso disegno può essere evidenziato sotto il profilo simmetrico di due facce, oppure focalizzato come figura centrale di un calice.
La prima considerazione da fare, è che la percezione (interazioni tra noi e l'ambiente materiale che ci circonda) non identifica il mondo esterno, in quanto è una simulazione ricostruttiva fortemente influenzata dall’emozione e dalle dominanti cognitive (le nostre idee sovrane), il tutto generato dal cervello sotto il controllo delle determinanti genetiche.

Pertanto vediamo il mondo non come in effetti veramente è, ma mediante sensazioni cerebrali che interpretano la realtà generando immagini, suoni, odori e sapori, per decifrare un universo che di per se stesso non è colorato ed inoltre è silente, inodoro ed insipido, …. in cui la densità della materia, relativa alla nostro tatto, produce una misura del rischio della interazione corporea con l’ambiente.

E' quindi notevolmente importante acquisire coscienza che vediamo il mondo così come lo percepiamo, perchè siamo uomini; ciò "non" vuol dire però, che la nostra elaborazione cerebrale delle percezioni sensoriali sia illusoria, ma che ciò che percepiamo è frutto di una trasfigurazione (una creazione personale) della realtà, attuata dal cervello in modo tale da essere utile alla nostra sopravvivenza ed alle nostre possibilità di indagine cognitiva e a regalaci le emozioni preziose per sviluppare la nostra creatività: pertanto è solo una più profonda riflessione creativa, su quanto percepiamo, che ci permette una più ampia conoscenza del reale
Sì, la visione è in realtà un processo costruttivo per eccellenza. Ognuno di noi dunque, nell’atto visivo costruisce la propria percezione dell’ambiente fisico.

Così ancora nella formazione del mondo delle idee troviamo un altro esempio della caratteristica intrinseca dell’essere umano quale essere prettamente creativo. Nell’interpretazione della realtà, vediamo che incorrono in tale atto elaborativo della vere e proprie attività costruttive.

L’esperienza, il corredo genetico e la particolarietà dell’ambiente, sinergicamente partecipano alla formazione del nostro bagaglio d’idee. E’ proprio esso che costituisce la fonte dalla quale attingiamo quando ci volgiamo in generale ad una nuova costruzione atta ad interpretare l’ambiente, (questo perché ognuno di noi quando interpreta il mondo, persone e ambiente fisico, costruisce dei significati che sono solo personali, dunque lo interpreta in un certo qual modo inventandolo “agendo”, quindi, su di esso con un’azione di produzione creativa). In particolare, anche nella creazione espressiva per eccellenza come ad esempio, la musica, la scrittura, l’artigianato, la pittura, che sono particolari manifestazioni dell’attività cognitiva libera del genio creativo umano, troviamo che anch’esse traggono la loro energia dal nostro magazzino di conoscenza sedimentato nel corso della nostra evoluzione ontogenetica d’interazione coll’ambiente.

Il particolare coctail ereditarietà, esperienza e ambiente, unico per ciascun individuo costituisce, dunque, la fonte dalla quale partorisce ogni forma di pensiero sia divergente che convergente.

Sì, la formazione della nostra fonte di conoscenza avviene nell’interscambio tra noi e l’ambiente (intendendo ambiente: il mondo fisico, il mondo animale e ovviamente l’interazione con i nostri simili), ed è proprio l’esperienza, come detto, che costituisce la condizione per incrementare la nostra conoscenza e favorire la produzione del pensiero divergente, e la possibilità di svincolarci dall’ideazione rigida che costituisce ostacolo alla produzione creativa.
La capacità di sviluppo dell’immaginario e predisposizione al nuovo, è infatti, basata proprio sulla liberazione dalle rigidità, costituita dai preconcetti cognitivi e delle concezioni obsolete (binari coattivi dell’attività mentale).
La presenza del pensiero divergente oltre a favorire la produzione creativa specifica capace di dare piacere per se stessa favorendo l’espressione dell’emozioni, favorisce l’emissione di risposte d’adattamento più funzionali (libere da vincoli), pertanto maggiore abilità di fronteggiamento delle difficoltà di vita, dunque dello stress. Pertanto la limitazione creativa, quindi poca flessibilità nell’adattamento all’ambiente, può portare disfunzionalità e malessere psicologico. Ciò significa che la produzione creativa premia su vasto raggio l’individuo predisponendolo, sia alla liberazione dei contenuti emotivi evitando che finiscano in “sublimazioni” patologiche, sia favorendo l’emissione di risposte d’adattamento più flessibili, il tutto rappresenta una minore vulnerabilità alla psicopatologia.

Lo sviluppo dell’immaginario, biologicamente parlando, induce in alcune aere cerebrali lo sviluppo di un’attività elaborativa parallela dell’emisfero destro (il cervello e diviso in due emisferi, di cui il sinistro è preposto all’attività convergente, razionale ripetitiva e applicativa di informazioni già acquisite, mentre il destro all’attività divergente, creativa dove la produzione del nuovo e dell’inconsueto è la caratteristica dominante), favorendo così la produzione del pensiero completo (sinergia tra i due emisferi).

Una maggiore interazione con l’ambiente offrendo l’incremento del nostro bagaglio di conoscenza, offre consequenzialmente maggiore possibilità di sviluppo dell’immaginario. La libertà dai vincoli mentali, indotta dall’incremento conoscitivo, offre dunque, un’apertura ad un’elaborazione integrata, che permettendo di svincolarci dalla consuetudine del pensiero razionale, favorisce l’attivazione di processi d’intelligenza creativa.
La ristrutturazione critica dei paradigmi cognitivi, costituisce un apprendimento come tanti altri, che stimola la produzione del pensiero divergente.

In sintesi si può dire che l’utilizzazione più completa delle attività cerebrali, ottenuta tramite strategie cognitive adatte a sbloccare e rendere flessibile l’attività associativa (le idee vengono prodotte da un processo associativo e di contiguità temporale) convergente propria dell’emisfero sinistro, può essere programmata al fine di ottenere un’attivazione sincronica della struttura parallela dell’emisfero destro, sede del pensiero divergente, in modo che la più ampia attivazione di differenti funzionalità cerebrali, faciliti l’esercizio della creatività.

Le azioni orientate alla rimozione di fattori cognitivi rigidi, per indurre una rinnovata organizzazione cerebrale tale da predisporre il cervello alla creatività, si fondano su azioni diverse, ma tutte convergenti alla scienza e all’arte in generale.
Troviamo, infatti, nell’area del pensiero divergente appartenente alla fisica moderna un esempio costituito dall’introduzione della problematica della relatività (A. Eistein), sia scienziati che artisti hanno risposto con un egregio adeguamento la loro visuale espressiva, offrendo capacità di grande duttilità cerebrale. Vediamo ad esempio nella produzione di dipinti di Salvador Dalì, l’espressione marcata di una capacità creativa che supera il modello cognitivo dello spazio cartesiano rigido e della concezione dello spazio/tempo concepite come entità assolute e indipendenti. Nei suoi dipinti “orologi molli”, troviamo, infatti, il pittore che raffigura in tal modo l’elasticità dello spazio/tempo.
Questo esempio per dimostrare che le nostre rappresentazioni mentali sono il frutto della capacità umana di trascendere il proprio patrimonio genetico, arricchendolo con nuove interconnessioni cerebrali di origine esperenziale e che possono favorire la produzione creativa.

La creatività
è un aspetto molto importante della personalità che varia
da individuo a individuo. E' basata principalmente sulla
fantasia e si manifesta in modo differente a seconda
dell'età. Il bambino più piccolo è affascinato da tutto
ciò che vede intorno a se è, e tende ad indirizzare la sua
attenzione da un oggetto all'altro.
Il più grandicello, invece, è attratto da oggetti molto
particolari come il telefono o gli oggetti di plastica
colorata in grado di diventare, ai suoi occhi, cose
immaginarie come aeroplani, treni o altro.
Può essere importante aiutare il bambino ad ampliare la
propria personalità inventando, per ogni semplice azione,
un momento avventuroso nel quale fare nuove scoperte.
Il momento dell'igiene personale o del vestirsi può essere
uno di questi: il bambino, infatti, si conoscerà meglio
sviluppando su di sé la propria creatività.

In pratica ogni singola occasione è buona per aiutare il
bambino ad ampliare la propria capacità divergente: ad esempio, una gita fuori porta può risultare utile per avvicinarlo al mondo animale e vegetale illustrando i comportamenti dei singoli animali.
Possiamo stimolare la sua curiosità a conoscere il luogo dove vive o i particolari della vegetazione e le usanze della gente del posto.
Cercare di ritagliare il tempo per trascorrere un intero pomeriggio a giocare con lui dedicandosi ad un’attività creativa come per esempio creare bambole di pezza, vestitini e tutto ciò che si può ritagliare ed incollare, costituisce stimolo alla produzione creativa del bambino!

In conclusione, una maggiore interazione con l’ambiente inteso in senso lato, un maggiore bagaglio d’informazioni, fa sicché uscendo con più facilità dalla rigidità cognitiva (quella dei binari stereotipici costituiti dalla visuale preconcettuale e dogmatica), si favorisca la produzione del pensiero divergente, come anche una maggiore capacità d’adattamento e di risoluzione delle problematiche stressanti.

Inoltre il distaccarsi dalla visuale rigida unita ad una maggiore facilità d’espressione dell’emozioni, manifestata anche attraverso una produzione creativa specifica (arte in generale, pittura, musica, scrittura, ecc,) costituisce ingrediente fondamentale per il benessere psicofisico.

Mazzani Maurizio

venerdì 22 aprile 2011

Il tempo è amico o nemico?

Ci troviamo spesso a parlare del tempo che trascorre, e della paura di non riuscire a fare tutte le cose necessarie che caratterizzano la giornata di ciascuno di noi.

Qualcuno potrebbe ironicamente dire, che il tempo sia un compagno un po’ maleducato e traditore, poiché quando se ne va non saluta, decide e va via, passa e porta con sé tutto ciò che c’è di più bello – la giovinezza – i momenti lieti ecc. Il tempo dunque, sembra essere l’artefice di tutto, anche quando stiamo vivendo un momento spiacevole, è ancora lui il protagonista, e questa volta ci viene in aiuto “proponendoci” di dimenticare ciò che ci ha reso inquieti.

Espressioni: “Il tempo fa accettare ogni cosa”, “il tempo fa passare tutto” ecc., non sono altro che la convinzione che l’oblio sia funzione di esso.
Insomma questo tempo è un amico o un nemico?

Ognuno di noi né ha la propria concezione, lo viviamo in relazione alla costruzione che abbiamo di esso. Il tempo è sì una realtà oggettiva, ma in pratica lo si vive come una realtà soggettiva. E’ la nostra convinzione di come sia e di cosa rappresenti, che lo fa vivere come un amico o come un nemico da combattere.
Il tempo non è altro che un insieme infinito di momenti, perciò basterebbe essere capaci di vivere ogni istante che ci appartiene, e sapremmo viverci il nostro tempo in totale.
La nostra vita è formata da un insieme di momenti finiti, 70/80 anni forse, magari! 100 o chi è sano come un pesce, forse ancora di più, ma pochi di più, e allora sembra giusta una riflessione: perché non vivere questi momenti finiti positivamente?

E’ vero che di primo acchito tali momenti potrebbero sembrare tanti, ma alla fine ci si accorge che sono invece molto pochi. Levate il tempo che dormite, più o meno un terzo del totale della vostra vita, il risultato è che dopo la semplice operazione di differenza, da 70/80 anni che ne erano, ne sono rimasti solamente 49/56. Ebbene sì! Avete dormito per ben 21/24 anni… incredibile!
La realtà è proprio questa. Allora perché non godersi appieno questi finiti momenti?

Sicuramente alla domanda sul perché non si riesca a gestire tali attimi, i più risponderebbero che la giornata dovrebbe essere di 48 ore invece delle normali 24, essi dicono: “il tempo non basta mai!” Altri probabilmente risponderebbero, casi più esagerati, che il tempo diventa addirittura un persecutore implacabile, che se ne va non permettendo di fare tutte le cose necessarie.

In questa realtà, infatti, è facile udire frasi di tale tipo:
- ormai la giovinezza è passata, e pensare che volevo fare dello sport!
- Io volevo imparare l’inglese ma non ne ho avuto mai il tempo!
- Io ho sprecato tutta la mia vita… non sono riuscito a combinare nulla di quello che desideravo!
- Io volevo fare tante cose, ma non avevo mai il tempo per pensare a me stessa! Ecc., ecc.
Tali espressioni sono tipiche nel nostro linguaggio e se ne trovano a bizzeffe.
Ma da cosa nascono?
Esse sorgono proprio dalle nostre convinzioni, la credenza che il tempo lo si possa solo subire e non viverlo da protagonisti, una concezione irrazionale che porta ad essere solo degli spettatori che osservano la propria vita.

Ora facciamo una riflessione – immaginate di trovarvi in vacanza, per esempio in montagna, state percorrendo un delizioso viottolo tra gli alberi, tutto presumerebbe che possiate godervi appieno la vostra giornata da soli o, se siete in compagnia, con i vostri cari. Ad un certo punto, per esempio, cominciano a sopravvenire nella vostra mente pensieri relativi a cosa avreste dovuto fare in ufficio prima di andar via, o alle bollette da pagare al più presto onde evitare che scadano; ai problemi affrontati giorni addietro con i vostri colleghi, che creano nella vostra mente un continuo rimuginare ecc., ecc.

Aspetti passati sui quali non è possibile far nulla, o per lo meno, è certo, non in tale momento, ma che decidono il colore del vostro presente.
A ciò consegue che:
- cominciate purtroppo a non stare bene, le preoccupazioni invadono il momento presente;
- quella che poteva essere una deliziosa giornata, diventa decisamente fastidiosa ed inquieta;
- avete perso l’occasione di essere “felici”, e non dico perché avreste potuto vincere milioni di euro al Superenalotto, ma semplicemente perché avreste potuto vivere realmente il momento.
Cari lettori avreste potuto vivere – si dico proprio, semplicemente vivere!

Ora esaminando il versante opposto quello del futuro, ci accorgiamo che anche quello, di fatto, non c’è, per la semplice realtà che deve ancora arrivare.
Se il vostro pensiero è avvalso da problematiche di là da venire, per esempio: risolvere determinati problemi che caratterizzano la casa; o terminare ciò che è rimasto in sospeso del lavoro, e che vi siete proposti di fare al vostro ritorno, ecc., ecc. – vi trovereste di nuovo a non vivere il presente, per cui si verificherà quello che ho già asserito… l’impossibilità di vivere il fuggente attimo!
La conclusione appare ora ovvia e semplice, il punto è riuscire a vivere “IL QUI ED ORA”, “L’ATTIMO FUGGENTE”, “IL CARPE DIEM”

Se pensate continuamente a ciò che dovreste fare in futuro o piangete in continuazione su quello che non siete riusciti a fare in passato – NON VIVETE LA VOSTRA VITA!
Un semplice consiglio, quegli attimi che scappano e che non torneranno mai più, viveteli magari come se ciascuno fosse l’ultimo, cercando di non guastarli, a volte con pensieri inutili, come detto, o con comportamenti stupidi che hanno solo il fine di difendere, forse, il vostro orgoglio, e che poi, come spesso accade, dissipata l’ira, e sopraggiunta la razionalità, vi pentite. Viveteli al massimo uno dopo l’altro, dando a ciascuno di essi un tono allegro, positivo, creativo, e perché no magico!

Siate intelligenti e catturate quello che può rendervi non dico felici, ma almeno quel tanto liberi da consentirvi d’assaporare almeno un minimo il variopinto arcobaleno dell’esistenza!


Mazzani Maurizio

mercoledì 23 marzo 2011

Organizzazione della conoscenza e vissuto dello stress

Eccomi a parlare di stress, argomento di sempre più attualità, poiché costituisce, a nostro malgrado, una realtà che avvolge, chi più e chi meno, tutti quanti.
Non è certamente un caso, dunque, che parli di stress e soprattutto della modalità interpretativa con la quale costruiamo le avversità della vita che ci si presentano. E’ proprio il nostro atteggiamento mentale verso le negatività, che deciderà la particolare drammaticità dei comportamenti e delle emozioni che ne seguiranno.
Ritengo, pertanto utile, comprenderlo il più a fondo possibile, al fine di avere più conoscenza disponibile per potergli far fronte.

Il nodo centrale, è che la capacità di gestione dello stress può essere incrementata attraverso la conoscenza dei meccanismi mentali che lo regolano.
L’entità dello stress non consegue automaticamente da eventi ritenuti oggettivamente negativi, ma esiste tutta una serie di fattori personali (le proprie cognizioni) che decidono come un evento qualsiasi inciderà sul nostro stato di salute.
La conoscenza personale, il nostro bagaglio di informazioni “sedimentato” nella memoria nel corso degli anni, quale frutto delle esperienze di reciprocità tra la nostra struttura mentale e il mondo, costituisce il filtro attraverso il quale osserviamo e costruiamo gli eventi di vita. Con tale bagaglio si intendono gli schemi cognitivi, la capacità previsionale, le aspettative, che si adoperano su se stessi e sul mondo.
Il modo di percepire, di interpretare o meglio di costruire la realtà, che è un modo personale ed unico di elaborare gli input interni ed esterni afferenti al nostro sistema cognitivo, è dunque il centro della vita mentale.

Il punto è proprio qui, l'angolazione, l'ottica con cui interpretiamo e valutiamo gli eventi, le cognizioni che abbiamo su di essi, sono il fulcro del nostro divenire sia esso felice od infelice.
Pertanto, quando parliamo delle nostre reazioni agli eventi delle vita, dobbiamo fare attenzione a distinguere fra il valore oggettivo del potenziale agente di stress, e il valore soggettivamente attribuito, che determina l'effettiva risposta fisica e psichica ad esso correlato.
L'uomo non è strettamente determinato dall'ambiente, né dal suo passato, né dalle sue pulsioni, ma dal modo con cui soggettivamente costruisce la conoscenza di sé stesso, del suo ambiente e della sua storia.

E’ “la sedimentazione conoscitiva" che acquista una grande importanza nel decidere se un avvenimento, anche traumatico, avrà effetto sul l'equilibrio psicofisico dell'individuo.
E' la vecchia conoscenza, che imponendosi coattivamente, costituisce il substrato sul quale accomodare la nuova conoscenza (la costruzione del nuovo evento), la quale dovrà necessariamente accettare compromessi prima di fissarsi come "dato nuovo". Inevitabilmente quest'ultima sarà influenzata dalla prima, ed insieme segnano il personale modello interpretativo con il quale ognuno di noi costruisce il mondo e se stesso… da qui l'espressione che noi adattandoci all'ambiente in cui viviamo, non facciamo altro che costruirlo.
Costruire significa semplicemente interpretare la realtà in un modo personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso l'esperienza. La realtà non verrebbe quindi scoperta, come molti erroneamente credono, ma semplicemente inventata!

Il patrimonio conoscitivo, la modalità con cui l'individuo entra in relazione con se stesso e il suo ambiente, e ne attribuisce i significati e previsioni, nasce con noi e ci accompagna per tutta la vita. Inizia col rapporto di scambio tra il neonato e le figure significative, cioè nel periodo chiamato dell’attaccamento (periodo in cui la sopravvivenza è strettamente dipendente dalla figura d’accudimento) e, nel quale è integrato il corredo conoscitivo innato (i primari costrutti fisici d’interazione utili alla sopravvivenza, es: il pianto, il sorriso, il dolore, ecc.), producendo l’aumento del patrimonio dei costrutti. Quest’ultimi intesi come unità elementari di conoscenza, e il loro insieme costituisce il personale modo di osservare la realtà.
Spiegato in senso lato, i costrutti costituiscono non altro che il nostro modo di pensare, i nostri “gusti e giudizi”, insomma, detto molto semplicisticamente “ciò che ci piace e ciò che non ci piace”.
In sintesi, l'attività del conoscere sottende l'attività del costruire, la quale a sua volta sottende l'attività del prevedere. Il prevedere è il formarsi un “infinito” numero di costrutti, che ci permettono di sapere, in ogni momento che n’abbiamo bisogno, ad esempio:
-come siamo, come sono gli altri;
-come ci comporteremo, come si comporteranno;
-cosa ci piacerà, cosa gli piacerà; ecc., ecc.
Insomma previsioni su se stessi o sul mondo.

Tale conoscenza da la possibilità di programmare il proprio agire in relazione agli obiettivi che l'individuo stesso si propone.
Conoscere, per l'uomo, è l'impulso primario che governa ogni suo comportamento, ogni sua azione, per raggiungere la sicurezza sull'ambiente, che rappresenta la pietra angolare del suo benessere.

Gli studi sulla psicologia della percezione c’insegnano che non si vedono gli oggetti "perché esistono", ma soltanto dopo un elaborato processo di costruzione, allo stesso modo non si rievocano gli oggetti o le risposte semplicemente perché nella mente esistono le loro tracce, ma soltanto con un analogo processo di ricostruzione (nel quale si fa uso dell'appropriata informazione presente nella memoria). Noi percepiamo "il nuovo", costruendolo sull’informazione costituita dalle tracce dei processi di costruzione precedenti, cioè non esistono in magazzino copie d’eventi mentali completi, ma solamente segmenti della precedente attività costruttiva, se così non fosse dovremmo possedere una capacità mnestica inimmaginabile! Le tracce, dunque, non sono semplicemente "rivissute" o "riattivate", al contrario, i frammenti memorizzati sono utilizzati quale informazione per una nuova costruzione (la nuova invenzione!).

Parafrasando, ciò significa che ogni qualvolta giungano delle informazioni al nostro sistema mentale (es. nuovi dati prodotti da una esperienza in corso), la loro valutazione avviene in modo prettamente soggettivo, poiché l’elaborazione dell’informazioni si fonda, sia sulla presa in atto dei dati presenti (inerenti l’esperienza), sia sui dati pregressi (la sedimentazione conoscitiva già presente in memoria), che creando le aspettative su ciò che si sta conoscendo, ne determina l’interpretazione.
Il punto più che importante sul quale soffermarci è proprio questo: se tale conoscenza pregressa si è formata in condizioni disfunzionali d’interazione (reciprocità disadattiva tra genitori e figli) l’elaborazione dei nuovi dati, sarà purtroppo colorata da tale valenza disfunzionale, compromettendone così la costruzione in atto… ed ecco, dunque, sopraggiungere la psicopatologia
L’oggettività che erroneamente si ritiene possiedano le nostre idee, cade di fronte a tale realtà in cui (visuale costruttivista della conoscenza), ogni nostra costruzione è sempre e sempre un’invenzione! (un atto creativo per eccellenza), come ho più volte asserito.
Pertanto a ciò dobbiamo che il comportamento, da individuo ad individuo, e nello stesso individuo, da momento a momento, è differente; crediamo e pensiamo cose diverse, abbiamo mentalità diverse, cioè prevediamo cose diverse.

Precisando, il progressivo cambiamento di conoscenza ha luogo nel momento d’incontro tra la conoscenza posseduta, che crea aspettative e la verifica di queste con l’esperienza. In tale momento avviene la validazione e l’invalidazione, che costituiscono il dinamismo centrale dell'acquisizione di conoscenza.
L’invalidazione in particolare rappresenta l'occasione d’arricchimento e di sviluppo delle capacità previsionali (cioè possibilità di sostituzione di costruzioni errate). Inoltre, si può dire che l'incremento conoscitivo, (aumento di complessità cognitiva) ci consente una maggiore disponibilità di soluzioni, come anche una maggiore malleabilità al decentramento dalla propria visuale soggettiva, che è elemento centrale per il buon funzionamento psichico.
E' il sistema di conoscenza dell’individuo, le sue convinzioni centrali in particolare (l’immagine posseduta di se stessi, es. buoni, altruisti, amabili, intelligenti, ecc., ecc.), che decidono il livello di vulnerabilità posseduto, e le reazioni psicofisiologiche che saranno messe in atto di fronte ad un potenziale agente di stress (agente che agisce potenzialmente invalidando o solamente ritenendo che invalidi proprio tali aspetti, centrali per la salute dell’individuo).
Insuccessi, rifiuti, perdite, è impossibile evitarli, ma dal punto di vista psicologico "non è importante l'evento in sé" come più volte affermato, quanto il modo con cui si reagisce, cioè la propria reazione emozionale. "Non è importante ciò che succede", ma il modo come lo prendiamo rappresenta il fondamento della salute. A riguardo, ricordiamo per esempio, affermazioni di grandi autori come: C. Du Bois, secondo il quale le idee scorrette producono disagio psicologico; A. Adler, con la sua contrapposizione tra "intelligenza privata" e "senso comune"; Kant, il quale riteneva che le malattie mentali si manifestano quando una persona non riesce a correggere il suo "senso privato" con il "senso comune"; e persino in Marco Aurelio: "se ti è data sofferenza da qualche cosa esterna, non è questa cosa che ti disturba, ma il giudizio su di essa, ed è in tuo potere eliminare questo giudizio”; ancora in Epitteto, "gli uomini non sono mossi dalle cose, ma dalle visioni che di esse hanno".

Pare dunque accertato, che il modello personale con il quale ci si pone in rapporto con la realtà, sia di indiscutibile centralità, per cui è bene non disconoscere l’importanza della struttura cognitiva tipica dell'individuo conoscente, quando si parla di valore stress.
Gli schemi cognitivi, che ciascuno sviluppa durante tutta la sua vita, si ancorano primariamente durante i primi anni, al contatto col mondo esterno e con le esperienze interne. Essi sono una specie di "filtro" attraverso il quale osserviamo il mondo e noi stessi in un modo che è specifico per ciascuno. Inoltre definiscono da un lato, le aspettative su ogni contesto e i calcoli possibili da compiere, dall'altro, le limitazioni conoscitive tipiche all'individuo al quale lo schema appartiene. Vediamo che questi schemi costituiscono proprio la capacità predittiva dell'individuo. Con ciò s’intende che, i sistemi viventi e le persone in particolare, modificano costantemente le proprie costruzioni del mondo, degli altri e di sé e che tale cambiamento rappresenta l'aumento della conoscenza, quindi della sua capacità di previsione.
Tali schemi, quando disfunzionali, costituendo una limitazione all'incremento conoscitivo, quindi della capacità di previsione, rappresentano la limitatezza del sistema e, l'essenza della nostra "vulnerabilità individuale". Questi attivano facilmente pensieri negativi in maniera automatica, (non preceduti da riflessione), persistenti e talvolta talmente rapidi che sfuggono alla consapevolezza dell'individuo, costituendo parte della conoscenza automatica e/o inconsapevole.
L'attivazione di schemi disfunzionali e l'occorrenza di pensieri automatici negativi, si accompagnano costantemente ad esperienze emotive negative e ad una reazione comportamentale e biologica (lo stress), che è conseguente allo schema attivato.

Dunque, se un'esperienza "dannosa" la interpretiamo come catastrofica, ecco che il cuore, il sistema immunitario e il sistema digerente ecc. sono messi a grave rischio. Se la cosa è osservata sì come negativa, ma non tanto spaventosa da non poterla assorbire, la risposta dell'organismo è meno invasiva. Pertanto, l'attività biochimica cerebrale aumenta solo quel poco da permettere una risposta efficace, senza ridurci all'impotenza.
Oggi si è in grado di poter identificare, almeno in parte, i meccanismi tramite i quali fattori psicologici e sociali agiscono sui processi biologici. Se per esempio, l'individuo può determinare troppo poco la propria esistenza, o se le circostanze contrastano con il raggiungimento dei suoi scopi e dei suoi bisogni fondamentali di amore e d’attaccamento, l'esperienza ci dice che aumenta la "vulnerabilità" non solo alle malattie in generale, ma anche alle patologie neoplastiche.
La ricerca sperimentale indica che è particolarmente importante, ai fini degli effetti psicologici e fisiologici di un evento stimolo, la possibilità per il soggetto di esercitare un qualche controllo sull'agente stressante.
Qui entra in gioco l’importanza della percezione della propria efficacia, ciò significa come la mente si ponga di fronte ad un problema da risolvere o ad un obiettivo da raggiungere; argomento già trattato precedentemente in altro articolo.

In conclusione, per conoscere se certi eventi della vita correlano con un quadro di disagio psichico (presenza di ansia, angoscia, paure irrazionali, depressione, affaticamento mentale, rituali ossessivi ecc.), principalmente bisogna vedere in che modo si valutano e si affrontano le proprie esperienze!

Mazzani Maurizio

venerdì 18 marzo 2011

Il counseling cos'è

La traduzione letterale di counseling è "dare consigli", ma tale traduzione è riduzionistica. Il counseling entra in gioco in ogni situazione ove la persona si trovi ad affrontare problematiche di difficile gestione. Il counselor interviene quando una il soggetto ricerca aiuto per gestire con maggiore efficacia uno o più problemi che invadono la sua vita. L'obiettivo del counseling, infatti, è quello di aiutare ad individuare le proprie capacità e punti di forza.

Le attività di counseling possono essere ricondotte secondo la British Association for Counseling a:
-indicazione delle opzioni di cui il soggetto dispone ed appoggiarlo in quella che sceglierà;
-promuovere dei cambiamenti esaminando in particolare le situazioni o i comportamenti problematici;
-indurre fondamentalmente l'autonomia, ricercando insieme alla persona la sua verità.

Il counselor è un consigliere competente che, a differenza dell'aiuto apportato da un familiare, di un amico, ecc., non è coinvolto emotivamente, per cui può agire con maggiore distacco, una leggera lontananza è utile in modo che la sua emotività non intacchi il processo d'aiuto.
Il counselor è una presenza supportiva, non giudicante che si propone come valido appoggio psicologico nei momenti di crisi. Egli offre una serie di competenze atte a promuovere una buona comunicazione e ad incoraggiarela persona a parlare liberamente, a esprimere le emozioni intense di qualunque valenza: sia positive che negative, e portarlo pian piano alla comprensione di se stesso.

L’ottenimento di tali obiettivi avvengono all'interno di una struttura il (framework) ove il counselor lavora. Lo vediamo all'opera con un atteggiamento di completo rispetto per il paziente, accettandolo in ogni sua caratteristica, ma nello stesso tempo fornendo quegli utili input tali da metterlo in lieve discussione. Il fine è sempre promuovere un cambiamento verso un adattamento migliore.
E’ bene dire, infine, che l’attività di counseling la vediamo presente in primo piano negli interventi psicoterapici, poiché il terapista, ovviamente, deve essere in primis un eccellente counselor.

Mazzani Maurizio

venerdì 6 agosto 2010

Organizzazione della conoscenza di tipo Psicotico

In tale struttura troviamo che le esperienze di attaccamento potrebbero aver segnato lo svilppo della conoscenza, ad esempio esperienze di attaccamento insicuro ed evitante del candidato alla paranoia sono la polarizzazione verso una figura di attaccamento che sia a un tempo forte, sicura di se ma ostile nei riguardi della realtà e del bambino stesso. Le ripetute esperienze di rifiuto conducono il piccolo figlio a contare solo su su di sé (compulsiva fiducia su sé stessi) e contemporaneamente a riprodurre le stesse modalità egocentrica dell'unica figura di attaccamento, senza possibilità di critica. Ne risulta che il bambino non riesce a superare "l'egocentrismo cognitivo" che viene normalmente abbandonato con l'adolescenza. Pertanto anche in tale organizzazione, sembra che il rapporto interattivo madre-bambino, nel periodo infantile, abbia avuto un incongruo modo di stabilirsi. Si è anche osservato che il bambino con alta soglia di recezione agli stimoli, si sarebbe trovato in un ambiente a stimoli di bassa entità o viceversa. Pertanto si avrebbe nel primo caso, un organizzazione delle strutture di base con grave rallentamento, cioè caratterizzato da disturbi formali negativi (alogia), nel secondo, disturbo formale positivo, le modalità organizzative saranno improntate all'eccessiva confusione. Comunque in entrambe i casi, le strutture conoscitive sarebbero state caratterizzate da forti difficoltà ad integrarsi e il tentativo di organizzare il proprio disordine sarebbe stato fortemente ostacolato. I dati sull'interazione familiare confermano la difficoltà dello psicotico per via dei suoi schemi provvisori a decodificare i messaggi ad alta intensità di un ambiente iperstimolante. A questo punto l'organizzazione psicotica può "scegliere" tra due possibilità: a) lasciare che gli stimoli esterni fluiscano nel sistema che non riesce a chiudersi, provocando la perdita del controllo psicosensoriale e la confusione dissociativa; b) la chiusura rigida del sistema, per evitare l'invasione escludendo i messaggi sensoriali utilizzando una struttura limitata e stereotipata per interpretare i dati esterni, e costruire una realtà indiscutibile, cioè il delirio.

La schizofrenia e la paranoia sono due lati della stessa medaglia, poiché la chiusura o l'apertura, senza nessun vincolo organizzazionale, corrispondono a due radicalizzazzioni del funzionamento del sistema. Esse rispondono sintomatologicamente al decadimento brusco della capacità predittiva verosimile, poichè entrambe permettono di recuperare una certa quantità di tale capacità e sono quindi liberatorie rispetto all'incertezza e incomprensibilità che seguono all'invalidazione.


Ci troviamo di fronte allo scompenso del tipo "paranoide" ove lo psicotico ha un meccanismo di attenzione iperselettivo tendente ad inserire anche i minimi particolari nello stesso rigido schema. L'"overinclusion" di dati rilevanti rende impossibile il pur minimo cambiamento. Infatti l'organizzazione gerarchica possiede una forte "integrazione", una scarsa "differenziazione" e uno sviluppo unilaterale dei costrutti che porta tale sistema, di fronte a una invalidazione previsionale centrale e apparentemente ineludibile, a scegliere la strada di ignorarla, irrigidendo la struttura e privileggiando la coerenza interna a discapito della verosimiglianza delle previsioni. Dopo il periodo dell'incertezza seguito alla primitiva invalidazione, la formulazione dell'idea delirante appare come un'ancora di salvezza che restituisce predittività al sistema, e la nuova idea diventa perno organizzatore di tutta la sccessiva esperienza. L'isight del paranoico corrisponde alla creazione di un pensiero "triviale" (ora mi è tutto chiaro). Nello scompenso "non paranoide" lo psicotico appare assai distraibile da ogni stimolo ambientale e incapace a selezionare alcuni dati per lui rilevanti escludendone altri. L'attenzione si frammenta in centomila volti, centomila voci: da qui nasce l'angoscia nelle acuzie schizofreniche. Pertanto la mancata capacità di "integrazione" fra le diverse componenti che concorrono all'armonia tra i processi percettivi, emotivi e cognitivi, cioè la "struttura conoscitiva", rappresentano lo scompenso che è dovuto ad una poco sviluppata "organizzazione gerarchica" e una consistente "differenziazione". Di fronte ad un evento invalidante "tipo applicabilità", il sistema tenta di mantenere, per quanto possibile, una certa quantità predittiva, ma lo fa in modo assolutamente opposto al sistema paranoide: l'impermeabilità all'invalidazione è ottenuta attraverso la riduzione della precisione delle previsioni. La paranoia viene intesa come meccanismo di difesa dalla eventuale disgregazione del se.

Dunque a differenza della schizofrenia, abbiamo anche che il delirio nella paranoia è lucido ed egosintonico, sistematizzato e coerente nei suoi temi, vissuto con intensa partecipazione affettiva e sempre in rapporto con l'ambiente, è il sostegno stesso dell'identità. Il suo sistema predittivo è assolutamente monolotico e ogni evento riguarda il nucleo del sé; nulla è periferico e irrilevante, nulla è dovuto al caso, tutto è intenzionale e indirizzato a sé. Come dicono Lorenzini e la Sassaroli, egli è ostile perchè non "sragiona" e non sa altrimenti come farsi tornare i conti, al contrario dello schizofrenico che "sragiona", ma i conti se li fa tornare a modo suo inventando una sua realtà privata e non forzando la realtà condivisa con gli altri.


Nella schizofrenia i deliri sono più frammentari e vissuti con labile partecipazione affettiva; inoltre è presente la dissociazione mentale e le alterazioni percettive; la predittività è mutevole, vaga, indefinita e che non ha bisogno di fare i conti con la realtà, potendo tranquillamente ignorarla o modificarla a piacimento.
La definizione dei deliri è rimasta praticamente invariata attraverso i tempi. Essi vengono considerati tutt'oggi nella maggior parte dei testi di psichiatria quali "convinzioni o idee erronee, che sono tenacemente ritenute valide, che non corrispondono a quanto generalmente si crede nel contesto etnico-culturale e religioso del soggetto che le presenta, e che non si lasciano influenzare dalla critica o dal fatto che si possa presentare dell'evidenza che le contraddica e rappresentano la migliore, se non l'unica, spiegazione che il soggetto riesce a darsi su come stanno le cose". Generalmente i temi principali che contengono i deliri, sono da ricondursi a quelli con contenuto di: idee di colpa, di persecuzione, di influenzamento, di riferimento, idee sessuali e idee di esaltamento.

Mazzani Maurizio

domenica 1 agosto 2010

LA REALTA' INVENTATA... In che modo conosciamo ciò che crediamo di conoscere?

Le nostre emozioni e il nostro comportamento non sono altro che conseguenti al filtro cognitivo (il nostro punto di vista, il nostro modo di pensare) insito in ognuno di noi, con il quale valutiamo gli eventi.
La nostra attività del costruire costituisce l'obiettivo primo del vivere quotidiano. Noi da quando ci alziamo fino a quando andiamo a dormire e anche quando sogniamo, costruiamo e ricostruiamo il mondo e noi stessi. Tale interazione si compie attraverso le nostre strutture cognitive, e questo comporta che tutto ciò che avviene all'interno del nostro spazio di vita (quello che è a noi emotivamente collegato) avviene solamente perché siamo noi a deciderlo.
La vecchia psicologia sostiene che siamo determinati da particolari forze interne (pulsioni) o passivamente dall'ambiente attraverso i condizionamenti ecc., ma questo non è vero o non è tutto!
Siamo noi i costruttori della nostra realtà personale, ne consegue che siamo noi che decidiamo se un qualsiasi evento sarà o no spiacevole.

Per farvi afferrare tale concetto voglio condurvi ad una semplice riflessione:

immaginate di trovarvi in una situazione in cui siete soli nella vostra abitazione, ad un certo momento avvertite un rumore alla finestra…
potreste pensare che a causare il rumore potrebbe essere stato un ladro;
a tale costruzione (pensiero) avreste sicuramente una reazione emotiva negativa (ansia, insicurezza, ecc.)
infine avreste anche un comportamento di allerta (chiamereste la polizia, oppure vi nascondereste, ecc.).
Ora immaginate di costruire l'evento neutro in modo rilassato e tranquillo, vi accorgereste che le risposte emotivo-comportamentali vengono ribaltate…
infatti se pensaste che a causare il rumore è stato solamente il vento che ha fatto sbattere per esempio una persiana;
non avreste sicuramente emozioni negative;
e il vostro comportamento sarebbe semplicemente di andare alla finestra e verificare cosa è stato a causare il rumore.
Bene, la conclusione che ne risulta ovviamente è semplice, l'esempio dimostra proprio che noi viviamo solamente ciò che costruiamo, cioè ciò che crediamo vero, ed è quello che i nostri schemi cognitivi, preformatesi in particolar modo nell'età infantile, decidono. Un iniziale suggerimento per verificare in prima persona quanto esposto, è che quando qualcosa interno o esterno a voi vi turba, cercate di cambiare il pensiero su di esso, cioè cercate di cambiare il vostro usuale punto di vista, decentratevi (cioè abbandonate il vostro pensiero egocentrico, residuo del pensiero infantile, infatti quanto più la nostra realtà di adulti è caratterizzata dalla presenza di schemi di pensiero infantile, tanto più ci troviamo consequenzialmente inadeguati ad affrontare problematiche tipiche della nostra età, ed ecco, dunque, la nevrosi!).

Modificare la nostra conoscenza rendendola sempre più adeguata all'età in cui ci troviamo, significa pian piano abbandonare la conoscenza abituale, la quale si è dimostrata fallimentare per il proprio benessere, con una nuova conoscenza che ci permetta di avere risposte più razionali e quindi più adattive agli eventi. Una conoscenza incompleta o addirittura disfunzionale non ci permetterà mai un adattamento utile, pertanto sarà per noi difficile raggiungere i nostri obiettivi o scopi di vita… risultato chiaramente intuibile: scontentezza, infelicità ecc., ecc.


Per concludere, costruire significa semplicemente interpretare la realtà in un modo personale, un modo particolare di osservare e spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e l'esperienza. La realtà non verrebbe quindi scoperta, come molti erroneamente credono, ma semplicemente inventata.

Il processo di adattamento all'ambiente in questa ottica, non è un effetto unidirezionale, dall'ambiente sulle strutture biologiche dell'individuo, ma bidirezionale come la moderna psicologia spiega. L'ambiente e l'individuo, nel rapporto di reciprocità, cioè di scambio, si determinano a vicenda. Ecco qui l'espressione che noi adattandoci all'ambiente in cui viviamo, non facciamo altro che costruirlo.

Mazzani Maurizio